Nel nome di Genny

Storie che si intrecciano in una Masseria confiscata alla camorra ad Afragola, in provincia di Napoli. Come quelle dei giovani che ne hanno fatto rifiorire i terreni per dare vita a economia ed energie pulite. In estate il fondo si anima grazie a decine di ragazzi e anziani, a stretto contatto per una settimana tra campi, cucine e seminari. Siamo in un luogo impregnato di storie. Come quella di Antonio Esposito Ferraioli, sindacalista della Cgil, assassinato dalla camorra. O quella di Genny Cesarano, ucciso per sbaglio ad appena 17 anni. Ci accompagna Gianluca Torelli, della Camera del lavoro partenopea

L’estate è il tempo delle vacanze, delle giornate al mare e degli aperitivi in spiaggia, ma da diversi anni per una comunità di circa tremila ragazze e ragazzi è anche il tempo per trascorrere una settimana di impegno e formazione nei beni confiscati alle mafie. Si va dai campi per minorenni a quelli per maggiorenni, dai campi per gruppi scout a quelli aziendali, passando per i campi tematici che approfondiscono temi specifici, come la progettazione partecipata o il caporalato: ce n’è per tutti i gusti e non c’è un campo uguale a un altro. Ogni esperienza è diversa e presenta il suo modello, cambiano i territori ma cambia soprattutto l’approccio alla formazione e alla vita del campo, ma c’è una cosa che resta uguale: che i campi sono soprattutto un’esperienza profondamente umana, fatta di relazioni, di scoperta, di ascolto.

Lo scorso anno la Masseria di Afragola, bene confiscato di 120mila metri quadri in provincia di Napoli, dedicata alla memoria di Antonio Esposito Ferraioli, sindacalista della CGIL assassinato dalla camorra, ha ospitato per la prima volta circa 150 ragazze e ragazzi lungo l’arco di sei settimane. I “campisti” hanno così avuto modo di conoscere la storia di Tonino, e coniugare durante le settimane di campo le due polarità che rappresentano il cuore di questa esperienza: l’impegno e la formazione.

L’impegno prevede poche ore di attività manuali ogni giorno, che però valgono tantissimo per i gestori dei campi perché consentono di realizzare piccoli interventi di cura e manutenzione. Ma il valore di queste ore di impegno è soprattutto nella possibilità di lasciare un segno attraverso i campi: così i campisti hanno l’opportunità di veder rinascere sotto le loro mani terreni, immobili e aziende strappati ai clan. Nei campi della Masseria dello scorso anno i campisti hanno realizzato un percorso della memoria, dedicando i filari del frutteto appena piantato ad alcune vittime innocenti delle mafie. Le targhe venivano piantate dopo aver ascoltato la testimonianza dei familiari delle vittime: un modo per rendere tangibile la memoria, e soprattutto far comprendere come la memoria non sia semplicemente ricordo, ma responsabilità. Ascoltare la storia di una vittima innocente delle mafie deve portare a farsi una domanda: cosa posso fare, io, per evitare che succeda di nuovo?

Dopo le ore di lavoro, il programma dei campi nel pomeriggio prevede diversi incontri e momenti di formazione. Non si tratta mai di formazione frontale, né di vere e proprie lezioni. Alla Masseria abbiamo deciso anche di rinunciare del tutto a diapositive, filmati e documentari, per puntare tutto sulle storie e le testimonianze. Qualcuno, una volta, ha detto che ognuno di noi è le storie che incontra: e così, abbiamo voluto che i nostri campisti incontrassero soprattutto delle storie capaci di segnarli, di illuminare degli squarci di realtà, di far nascere domande più che fornire delle risposte. Tra le storie incontrate durante i campi del 2018, abbiamo scelto quella di Genny Cesarano, vittima innocente di camorra, e di suo padre Antonio, che ha fatto della memoria di suo figlio un’occasione di riscatto per il Rione Sanità, nel cuore di Napoli. Abbiamo portato i campisti nel Rione Sanità, lasciandoli però liberi di incontrare la realtà del quartiere, senza la nostra guida: non volevamo che ci fossero filtri tra loro e la realtà del quartiere, perché volevamo invece che fossero loro stessi a scoprire quei luoghi, col loro sguardo, sfidando alcuni stereotipi e pregiudizi che si erano portati in valigia il giorno in cui erano arrivati in Campania. Quei pregiudizi li hanno lasciati poco a poco girando per i vicoli e incontrando le persone, e soprattutto poi, nell’incontro con Antonio, che dalla morte di Genny, avvenuta una notte di settembre di quasi quattro anni fa per colpa di una pallottola vagante, ha deciso di impegnarsi per rendere giustizia al figlio attraverso la sua memoria, e per dare un futuro al Rione Sanità e ai suoi ragazzi. Con Antonio abbiamo visitato il Museo di Capodimonte e scoperto la straordinaria installazione artistica in memoria di Genny realizzata da Paolo La Motta.

Questi disegni nacquero quando Genny, ancora bambino, frequentava un corso di ceramica di Paolo La Motta, che fu colpito dai lineamenti di quello scugnizzo con una straordinaria luce negli occhi, e decise di farne un’opera d’arte. Quell’opera oggi vive nelle sale del Museo di Capodimonte. Quella stessa luce brilla anche negli occhi di papà Antonio. E quell’opera, e quella luce, e i racconti dell’infanzia di Genny, della vita sofferta e sofferente di un quartiere bellissimo e calpestato come il Rione Sanità, tutto questo insieme è ciò che i campisti hanno incontrato lo scorso, in un pomeriggio di luglio.

Quella sera, rientrati al campo, l’incontro di restituzione durò fino alle 3 di notte: le ragazze e i ragazzi non riuscivano a contenere nelle parole l’emozione di quella giornata, alcuni dicevano che in quel solo giorno, e nell’incontro con Antonio Cesarano, avevano trovato più senso ed emozioni che in anni interi. Non so cosa insegniamo durante i campi, so che probabilmente non vogliamo insegnare nulla: vogliamo aprire degli squarci nel velo dell’apparenza delle cose, per scoprire più in profondità, e in maniera più vera, cos’è questo tempo e la realtà che ci circonda.

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