Riprendiamoci il futuro

Francesco Brigati, Rsu Fiom Cgil Arcelor Mittal a Taranto anticipa le ragioni dello sciopero unitario dei metalmeccanici. Domani lo stop con manifestazioni a Napoli, Firenze e Milano perché il vero cambiamento passa dai luoghi di lavoro.

In questi anni di crisi abbiamo assistito a continue ristrutturazioni aziendali che si sono manifestate attraverso l’utilizzo di ammortizzatori sociali, licenziamenti collettivi e spesso anche chiusura di aziende. Insomma, le imprese hanno deciso, senza mezzi termini, di tagliare i costi del lavoro e, in molti casi, hanno continuato a non investire sulla ricerca e sull’innovazione tecnologica provocando un arretramento incolmabile rispetto al resto dell’Europa.

In tutto ciò i governi, nessuno escluso, non hanno mai individuato un percorso in grado di determinare un reale piano di investimenti e di riconversione economica, anche attraverso politiche industriali mirate, in particolar modo nel Mezzogiorno che ha subito, in questi anni, una desertificazione industriale che sembra ormai irreversibile. Anche per questo i metalmeccanici scenderanno in piazza domani: per invertire la tendenza che ha visto proprio i governi favorire le imprese a discapito dei lavoratori dipendenti.

Una condizione che abbiamo vissuto e continuiamo a vivere sulla nostra pelle anche a Taranto con la vertenza Ilva che ci vede ancora impegnati, come lavoratori e cittadini, per uscire dalla logica di contrapposizione di due diritti costituzionali come il lavoro e la salute. Infatti, il governo precedente, attraverso il Ministro di “Confindustria” Carlo Calenda, aveva costruito un bando di vendita ad hoc che ha di fatto favorito la multinazionale Arcelor Mittal nell’acquisizione, facendo prevalere l’offerta economica al piano ambientale, occupazionale e industriale relegato a una percentuale del 15% contro il 50% della stessa offerta.

Come organizzazioni sindacali abbiamo dovuto fare i conti con un quadro normativo particolarmente svantaggioso sia per i lavoratori che per il territorio. Nonostante tutto questo, siamo riusciti, grazie a scioperi e mobilitazioni, a far modificare almeno in parte il contratto di aggiudicazione del 5 giugno 2017, all’interno del quale erano previsti licenziamenti per 6000 lavoratori, perdita della contrattazione di secondo livello – e quindi del salario – e assunzioni con il Jobs Act. Inoltre, in occasione della sottoscrizione al Mise del 6 settembre dello scorso anno, abbiamo rivendicato e ottenuto la salvaguardia occupazionale per tutti i lavoratori alla fine del piano industriale.

In effetti, Carlo Calenda aveva scritto il libro dei sogni che qualsiasi multinazionale avrebbe voluto leggere a garanzia di un’acquisizione in un settore strategico come quello dell’acciaio. Ed è così che la siderurgia italiana, determinante per il nostro Paese come ci ha ricordato ogni decreto salva Ilva, è finita nelle mani di una multinazionale, seguendo lo stesso destino di tante altre aziende in cui il ruolo dello Stato, durante la fase di vendita, è stato pari a zero e, soprattutto, incapace di creare condizioni di maggior favore per i lavoratori e il sistema industriale dell’Italia.

Lo sciopero dei metalmeccanici deve necessariamente rilanciare il futuro per l’industria e per l’ambiente aumentando l’occupazione e producendo con qualità e sostenibilità sia sociale che ambientale. La piattaforma rivendicativa di Fim, Fiom e Uilm è stata condivisa con i lavoratori nel corso delle assemblee, ora bisogna dare forza alle nostre rivendicazioni a partire dal contrasto alla precarietà, dal riconoscimento dei lavori usuranti, dalla tutela della salute e sicurezza sui luoghi di lavoro, dalla salvaguardia dell’ambiente e dall’equità sociale con l’obiettivo di diminuire le tasse ai lavoratori dipendenti e non agli evasori.

È arrivato il tempo di riprenderci il nostro futuro.

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