1151 volte basta

Mentre la Sea Watch riesce a soccorrere 53 migranti a largo della Libia, fermo sulla Mare Jonio, ancora sequestrata a Licata, Luca Casarini della ong Mediterranea ricorda le 1151 vittime dell’ultimo anno di soccorsi negati e porti chiusi. “I talebani dell’autoritarismo hanno trasformato il lavoro umanitario in conflitto. Non riuscendo a dare risposte ai problemi del lavoro, del reddito, del debito pubblico e a nessun’altra vera emergenza del Paese hanno creato uno scontro di civiltà con un nemico: i poveri nelle loro varie forme. Ma abbiamo gli anticorpi per reagire e li useremo tutti”

1151. Ricordiamolo bene questo numero. E ripetiamolo a voce alta. Anzi no, urliamolo persino. I dati sono di poche ore fa, resi noti dall’UNHCR: in un anno oltre mille morti nel nostro mare. Ma se vogliamo capire bene cosa sta accadendo teniamo a mente anche qualche altra cifra: in questa prima metà del 2019 registriamo 1 morto ogni 6 migranti, l’anno scorso era uno ogni 29. Già ora contiamo più di 100 vittime al mese. Sono dati reali delle Nazioni Unite, sono soprattutto persone reali, non slogan del Ministero della Propaganda salviniana.

1151, 1 ogni 6. Davanti a questa strage di morti e speranze annegate tutti coloro che, con mezzi pubblici e privati, possono aiutare le persone a non morire dovrebbero essere aiutati, incoraggiati. E invece assistiamo a una vergogna: le navi di soccorso subiscono blocchi artificiosi. È chiaro che non stiamo commettendo alcun reato. Il reato lo commette chi lascia morire le persone in mare.

E così eccoci, ancora a Licata. Fermi da un mese. Sotto sequestro probatorio perché se è vero che il giudice non ha ritenuto di procedere a un sequestro preventivo come voleva il ministro degli Interni, ha comunque deciso che occorre acquisire prove. La situazione si è complicata rispetto alla volta precedente perché dopo la direttiva Salvini, quella che anche l’ONU ha stigmatizzato e che porta addirittura il nome della nostra nave, si è scatenata la corsa di varie autorità militari a cercare il cavillo amministrativo per fermarci. Così, mentre nel mare si continua a morire, noi oggi siamo ancora immobili per una presunta violazione di due articoli del codice della navigazione, il 177 e il 178. Si ricorre a mezzi leciti ma strumentali per evitare che si salpi per soccorrere e salvare o, anche, per monitorare e raccontare quello che accade nel Mediterraneo centrale.

Ci accusano – alcuni almeno – di essere i talebani dell’accoglienza. E a me viene quasi da ridere se non ci fosse da piangere. Noi siamo persone normali. Agiamo come è naturale agire. Vi chiedo: camminando per strada vedete una persona distesa a terra e che sta male, è naturale o no che vi fermiate e ve ne preoccupiate? È un principio elementare dell’educazione civica neanche così pieno di politicità. Eppure tutto ciò che è normale per un essere umano e per una minima civiltà dello stare al mondo insieme è stato trasformato in un reato. Io rispondo così: i talebani dell’autoritarismo sono quelli che hanno trasformato in conflitto persino il lavoro umanitario. E questa è un’azione tipica di chi ha l’estremo bisogno di costruirsi dei nemici esterni. Non riuscendo a dare risposte ai problemi del lavoro, a quelli del reddito, a quelli del debito pubblico e a nessun’altra vera emergenza del Paese bisognava creare uno scontro di civiltà con un nemico esterno. E il nemico oggi sono i poveri nelle loro varie forme: i poveri che arrivano dal mare, quelli che vivono nelle nostre città, i poveri delle periferie. Stanno costruendo una grande arma di distrazione di massa che serve soprattutto a coprire l’assenza di risposte da parte del governo ai veri nodi che incidono, tutti i giorni, sulla vita delle persone.  

Anche per questo siamo pronti a opporci al decreto sicurezza bis, che oltre a restringere le libertà, contiene ancora una volta un messaggio esplicito: non bisogna salvare le persone in mare. Un messaggio grave per tutte le navi, non solo per quelle umanitarie. Fino ad ora non faceva differenza se era un mercantile a intercettare la richiesta di aiuto o una barca privata turistica o un peschereccio, oggi è chiaro che il messaggio ai naviganti è: lasciate stare perché vi mettete nei guai. Questo accanimento nei confronti di chi soccorre o compie gesti di solidarietà, rischia di tradursi nell’idea – per così dire culturale – che non bisogna aiutare chi sta peggio.

Ancora più grave nelle misure approvate dal Consiglio dei ministri è il sapore di Stato di polizia che resta nonostante le varie limature. Ricordo che del decreto sicurezza bis sono circolate cinque bozze che erano assai peggiori e, però, aver messo nelle mani dei prefetti la libertà di confiscare le navi senza un processo e senza evidenze di reato né il vaglio della magistratura concede mano libera al potere esecutivo. 

1151, 1 morto ogni 6 migranti. Li ripeto ancora questi numeri. Li urlo quasi mentre sono qui a bordo della Mare Jonio ancorata e sequestrata a Licata. E lo faccio pensando che dalla nostra, però, abbiamo una grande forza: siamo un movimento, una rete e siamo sostenuti da migliaia e migliaia di persone diverse tra loro, dalle parrocchie fino ai centri sociali. È questa la vera potenza. Ed è su questo che confido per resistere perché è chiaro che gli attacchi continui che subiamo sono difficili da sopportare per una nave che dovrebbe stare in mare e, invece, è obbligata dentro un porto. Speriamo che le cose si possano risolvere rapidamente per poter tornare rapidamente in mare, e stiamo già pensando a mille e mille forme diverse di intervento perché bisogna muoversi.

Mi hanno raccontato che a Venezia degli youtubers hanno promosso una raccolta fondi a nostro favore: per ogni persona che ha partecipato al loro evento 2 euro da destinare a Mediterranea. Ma davvero tutte, tutte le iniziative di solidarietà – dalle cene ai concerti, dai dibattiti alle presentazioni – testimoniano il fatto che questo Paese ha ancora gli anticorpi e li userà tutti per eliminare il cancro dell’intolleranza e della xenofobia, del razzismo e di questo mondo disegnato così nero e così grigio, così brutto e così proteso all’odio.

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