Giovani: dal ricatto al riscatto

A cosa si deve il ritardo nell’affermazione dei giovani cittadini italiani? È colpa del loro essere apatici, del loro essere choosy o immersi nei social? Prova a rispondere Marina Mastropierro, autrice di un saggio dal titolo “Che fine ha fatto il futuro?”, appena edito da Ediesse

Negli ultimi anni si assiste a un ritardo sempre più innaturale delle giovani generazioni italiane nei processi di transizione alla vita adulta. È vero, le tappe del passaggio alla “adultità” sono cambiate e si sono affacciate sulla scena pubblica modi plurali di “dirsi e farsi adulti”. È anche vero che mentre la liberalizzazione degli stili di vita si diffondeva, si sono erose le condizioni economiche e sociali che hanno reso possibili, in passato, i passaggi da una fase di vita basata sulla formazione e sulla ricerca a una basata sull’affermazione di sé e della propria autonomia economica e politica. I giovani di oggi in Italia fanno fatica a emanciparsi dal proprio nucleo familiare di appartenenza. L’ascensore sociale è bloccato e aumenta l’indice di disuguaglianza intergenerazionale, ciò vuol dire che, quando va bene, i figli posseggono la stessa ricchezza dei propri genitori.

Quali sono le ragioni storiche che hanno prodotto tale ritardo? Uscendo da facili descrizioni che raccontano i giovani italiani come apatici, choosy o bamboccioni, in questo studio si esplora un modello interpretativo che fa luce sul tipo di politiche pubbliche che sono state attuate in Italia a partire dalla seconda metà degli anni Settanta. Siamo in pieno shock petrolifero; la struttura della popolazione comincia a invertire il suo andamento diminuendo il numero di nascite e aumentando quello delle coorti più anziane; nuove soggettività premono per avere legittimazione e cittadinanza con i movimenti sociali nel ’68. Come rispondono a queste trasformazioni le politiche pubbliche?

Secondo la letteratura esplorata, nei principali Paesi a economia avanzata si assiste paradossalmente a un passaggio da un welfare “per giovani” a uno “per anziani”. Questo è particolarmente vero in Italia dove l’impianto culturale del modello di welfare è fortemente esclusivo e corporativo. Esso tutela prevalentemente chi è già incluso nel mercato del lavoro e lascia fuori giovani e donne. È in questo delicato passaggio storico che comincia a maturare il “ritardo” delle giovani generazioni italiane. In controtendenza rispetto a quanto stava avvenendo nei paesi socialdemocratici che, dopo una breve parentesi, ricominciano a investire sul Futuro.

Le policies che prendono piede in Italia negli ultimi decenni, inoltre, spostano l’attenzione sui giovani da “problemi sociali” a “risorse attive”, ma la filosofia che fa da sfondo a questi interventi è che ogni individuo è artefice del proprio destino. Il sociale viene considerato un fattore produttivo alla stregua di qualsiasi altro, utile per alzare il livello di competitività di un Paese piuttosto che strumento di compensazione delle disuguaglianze causate dall’economia di mercato.

Ripensare un “patto sociale”, però, significa, come nel secondo dopoguerra, partire dalla parte più bassa della distribuzione sociale. Solo così sarà possibile ottenere attivazione dentro precisi percorsi di emancipazione sociale. Le trasformazioni del lavoro che riguardano le giovani generazioni in Italia ci stanno indicando una strada ed è da lì che bisogna partire per riprogrammare politiche economiche e sociali in grado di ridurre il ritardo. Che ruolo può avere il sindacato in questo processo? Di questo e di riscatto delle giovani generazioni italiane si parla in “Che fine ha fatto il futuro?”, appena edito da Ediesse.

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