🌈 In the name of Love💖

“Ognuno può trovare la propria ragione, la propria battaglia, la propria motivazione e il proprio colore per decidere di andare a un Pride. In ogni caso non farebbe che arricchirne con la propria sfumatura un già favolosissimo arcobaleno.” Così scrive Marco Crudo, attivista lgbtq+. Qualche settimana fa sul web spopolava un suo video in cui, da capotreno, denunciava i comportamenti razzisti dei passeggeri. Per noi racconta il suo Pride, anzi i suoi Pride, dove tutti si sentono parte di una comunità eppure unici, in cui tutti si sentono liberi, fieri, indistruttibili, gioiosi, favolosi, in nome dell’amore.

Marco Crudo, attivista lgbtq+ e autore di questo post

Questo è il mio decimo anno di Pride.
Nel 2010 partecipai alla mia prima parata dell’orgoglio.
Avevo 27 anni, da circa un anno facevo il volontario per il Cig Arcigay Milano, e passai l’intera sfilata ballando e sventolando la bandiera 🌈 rainbow 🌈 sul carro dell’associazione. Il primo Pride fu un’esperienza unica.
Provate a chiedere a chiunque vi abbia mai partecipato come si è sentito alla sua prima volta e riceverete sempre la stesse risposte: libero, fiero, finalmente parte di una comunità, amato, non più solo, indistruttibile, felice, gioioso, FAVOLOSO!

Bene, questo è un anno speciale per tutta la comunità lgbt+, perché ricorrono i cinquant’anni dalla prima vera rivoluzione gay e dalla nascita del primo movimento per i diritti degli omosessuali, conseguente a una grande e feroce rivolta contro l’ennesima retata della polizia di New York all’interno del bar gay Stonewall Inn, la notte tra il 27 e il 28 giugno del 1969.

Sulla spinta rivoluzionaria di quella notte nacque il Gay Liberation Front che esattamente un anno dopo, in commemorazione della rivolta di Stonewall, organizzò la prima marcia per i diritti gay della storia, alla quale parteciparono migliaia di persone.

I Pride che ogni anno affollano le nostre città arrivano da questa storia, da quelle lotte, dall’icona di Stonewall Sylvia Rivera, la transgender che per prima avrebbe dato vita alla rivolta contro la polizia.

Sylvia Rivera fotografata in occasione del 25mo anniversario dei moti di Stonewall

Ebbene in Italia, nel 2019, non abbiamo una legge contro l’omotransfobia, abbiamo una legge sulle unioni civili che di fatto discrimina le persone gay rispetto a quelle eterosessuali che con il matrimonio possono adottare dei bambini, patrociniamo convegni che ospitano omofobi dichiarati, leggiamo notizie di pestaggi, di bullismo e di giovani che si suicidano perché perseguitati in quanto gay, lesbiche, bisessuali, transessuali o in quanto non allineati alla “norma”, e ci stiamo chiedendo se è ancora necessario fare i Pride?

Alla luce delle trasformazioni nella società e dei diritti acquisiti negli anni alcuni si chiedono, però, se sia ancora necessaria, cinquant’anni dopo, una manifestazione come il Pride.

Il Pride è sinonimo di inclusione e mai come in questo momento storico, in Italia e nel mondo c’è necessità di manifestare l’inclusione.
Ma quando si parla di inclusione non si può parlare di sobrietà, di mantenere un profilo basso, di evitare le provocazioni, di manifestazioni in giacca e cravatta, di compiacere chi ci vorrebbe ADEGUATI e ALLINEATI alla norma sociale.
Troppo spesso abbiamo sentito queste parole, pronunciate anche da persone lgbt+ che dichiarano di non sentirsi rappresentate da queste “carnevalate” e che per chiedere diritti bisogna manifestare “seriamente”.

Scempiaggini.
Il Pride non può prevedere regole sul dress code come non può prevedere regole su chi possa partecipare e chi no, su come bisogna manifestare e perché.

A conferma di questo negli ultimi anni le parate del Gay Pride sono sempre meno solo “gay” e sempre più “PRIDE”, e l’intersezionalità ha caratterizzato sempre più spesso le sfilate dell’orgoglio, che sono più larghe, aperte, variopinte e diversificate.
La diversità appunto: un valore imprescindibile dal quale partire per ottenere diritti, perché per fortuna non è vero che siamo tutt* uguali.
Siamo tutt* assolutamente e meravigliosamente diversi.

Sono i diritti che dovrebbero essere uguali ed è per questo che il Pride appartiene a tutt*, non sono alle persone lgbt+.

Appartiene ai migranti e ai rifugiati che nei loro paesi di origine potrebbero essere uccisi in quanto omosessuali. Appartiene alle donne che lottano ogni giorno contro gli stereotipi maschilisti figli del patriarcato. Appartiene ai bambini, in particolar modo ai figli delle famiglie arcobaleno, quelli che ancora sono senza tutela alcuna da parte dello Stato. Appartiene agli anziani che si trovano a sostenere figli e nipoti senza magari riuscire ad arrivare alla fine del mese.
Appartiene alle persone con disabilità, che lottano con le nostre città piene zeppe di barriere architettoniche. Appartiene alle persone eterosessuali, magari a quelle senza un lavoro o con un lavoro senza tutele e indegnamente retribuito.

La lista potrebbe non finire mai e dimenticherei sicuramente qualcuno, perché la verità è che ognuno può trovare la propria ragione, la propria battaglia, la propria motivazione e il proprio colore per decidere di andare a un Pride.

In ogni caso non farebbe che arricchirne con la propria sfumatura un già favolosissimo🌈 arcobaleno🌈.

Un articolo di Marco Crudo, capotreno, attivista lgbtq+

Oggi  i  Pride a Roma, Pavia, Trieste, Messina e Ancona

Oggi potete partecipare ai Pride di Roma, Pavia, Trieste, Messina e Ancona. Vestitevi come volete, coloratevi come vi piace. Siate liberi, siate fieri: siete FAVOLOSI!

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