Aspettando Enrico

Lavoriamo casa per casa, azienda per azienda, strada per strada. Ma caro Berlinguer, ti aspettiamo ancora. Come se quel 7 giugno a Padova non fosse mai stato. Noi, orfani a modo nostro, continuiamo a lottare a pugni stretti contro l’ingiustizia. Soprattutto per la giustizia. La tua lezione non sarà mai perduta. Scrive Ciro Randazzo, il futuro è

“Basta, Enrico.” Torna e basta. Ma presto, anzi subito. Torna.

Ah, non si può… Tu non credi nella resurrezione, eh… E allora come facciamo? Perché qua ti aspettiamo ancora. Anzi sapessi quanto ti abbiamo aspettato in questi mesi neri. Come se quel giorno a Padova non fosse mai stato. Pensa: noi non c’eravamo eppure ce l’hanno raccontato. Ce l’hanno detto, l’abbiamo letto, l’abbiamo visto in mille e mille documentari. Tu che, fino all’ultimo, hai parlato nonostante il male. E i nostri ad ascoltarti, a scrutarti il viso, a stringere i pugni, molto per convinzione, moltissimo per non lasciarti andare. E invece te ne sei andato lo stesso. E ancora non sei tornato. E noi continuiamo ad aspettare.

A casa nostra sei Enrico. Non Berlinguer. Semplicemente Enrico. Come Pertini è Sandro. Le vostre foto sono nei nostri album di famiglia. Fin da piccoli quando li sfogliavamo e interrogavamo nonni e genitori: – “E lui chi è?” – ci rispondevano: “Questo è Enrico e questo Sandro”. Così siete lì: voi due insieme a zia Marisa e a zio Eugenio.

“Basta, Enrico.” – te lo ricordi quel 7 giugno a Padova? – Lo urlavano man mano che la tua voce stentava e il viso si irrigidiva. Ma perché non ti sei fermato? Hai pronunciato quelle ultime parole: “Lavorate tutti, casa per casa, azienda per azienda, strada per strada, dialogando con i cittadini, con la fiducia per le battaglie che abbiamo fatto, per le proposte che presentiamo, per quello che siamo stati e siamo… è possibile conquistare nuovi e più vasti consensi alle nostre liste, alla nostra causa, che è la causa della pace, della libertà, del lavoro, del progresso della nostra civiltà.” Poi più niente. Quattro giorni di silenzio e il vuoto.

Da quando te ne sei andato ne sono successe di cose. Intanto sono nato, giusto per limitarmi al dato autobiografico. Ma per non essere troppo autoreferenziale, potrei dirti che la guerra fredda è finita, che il Muro di Berlino è caduto, che l’Unione Sovietica non esiste più e pensa, Enrico, pensa: anche il tuo PCI ci ha lasciati. Dal 1984 erano passati solo 7 anni. Era rimasto orfano, si vede, e non ha retto. Gli mancavi troppo.

Oh, noi però ci siamo. Pure noi, orfani a modo nostro, ma sempre a pugni stretti. Ché ci siamo ricordati quella cosa che avevi detto tu, una volta a Milano: “La prima, essenziale, semplice verità che va ricordata a tutti i giovani è che se la politica non la faranno loro, essa rimarrà appannaggio degli altri, mentre sono loro, i giovani, i quali hanno l’interesse fondamentale a costruire il proprio futuro e innanzitutto a garantire che un futuro sia.” Il bello è che noi che non c’eravamo ce lo ricordiamo mentre, ogni tanto, persino quelli che c’erano, se lo dimenticano.

Ti faccio l’esempio del mio amico Simone che qualche mese fa ha compiuto un gesto genuinamente politico: opporsi all’ingiustizia. La rete – che tu non conosci, ma che è una delle nuove tappe della rivoluzione scientifica e tecnologica che avevi immaginato – si è subito polarizzata: “Forza Simone; dai Simone”. E “No, Simone; Simone, te la rischi”. I rossi da un lato, i neri dall’altro. (La collocazione la puoi facilmente intuire).

Ti devo, a questo punto, una precisazione: a parte il rosso Cgil nel sindacato, oggi in politica non è che le tonalità dal bordeaux al carminio vadano assai di moda. Quindi anche dire rossi è una mezza licenza poetica. Che il tuo PCI non c’è più ormai lo sai, ma non sai che per orientarsi anche in quello che oggi chiamiamo centrosinistra serve la bussola. Tutti a puntualizzare, nel senso di mettere letteralmente i puntini su ogni “i” fino a farli arrivare a volte anche sulle “y”. Tutti a cercare di non perdersi nel tragitto tra casa e il seggio elettorale.

Così, tornando al mio amico Simone, dopo qualche giorno anche tra i nostri si è insinuata una sottile polemica: “Se la politica la deve fare Simone, siamo proprio ridotti male”. Ma dico io: se la politica non la fa Simone – tanto più che tu, Enrico, non torni – ma chi la deve fare? Ora ho citato questo caso perché è stato eclatante. Ma siamo davvero tant* (Metto l’asterisco. All’epoca tua non si usava. È per dire che siamo proprio tutt* indipendentemente dai nostri orientamenti sessuali).

Noi stiamo facendo una scelta etica. “Opzione etica” – dicevi. Te lo ricordi quel discorso, Enrico? “Se non si vuole che la giustizia prevalga sull’ingiustizia, non si giunge alla scelta del socialismo, e di un socialismo nuovo. Chi si rassegna all’ingiustizia, o l’accetta, o peggio la vuole perché ne trae un vantaggio, compie altre scelte. (…)” Così dicevi. Ecco noi abbiamo scelto contro l’ingiustizia. E di ingiustizie ce ne sono. Il lavoro precario, la casa che manca, la scuola che cade a pezzi, i diritti sospesi, quelli annegati, quelli umiliati. Soprattutto, Enrico, noi abbiamo scelto PER la giustizia. Oggi in particolare. Perché un po’ ovunque nel mondo, e anche qui in Italia, quelli che compiono altre scelte hanno il potere e sono tornati a usarlo come fosse un manganello.

Questo vorrei dirti oggi: che abbiamo capito. Che la tua lezione la stiamo ancora studiando, ma che non sarà mai perduta. Noi abbiamo scelto PER la giustizia sociale, economica e ambientale, per quella giustizia che consiste nel riconoscere noi negli altri e viceversa, nel lottare per il futuro dell’umanità. E lo abbiamo fatto anche grazie a te che ci hai insegnato che “non basta partecipare, bisogna poter contare veramente, bisogna fare, bisogna contribuire a risolvere questioni reali.”

Guarda che finisco questo articolo senza essermi nemmeno presentato. Ma sei di casa, Enrico. Sei nel mio, nei nostri, album di famiglia. E sento che mi conosci. Che ci hai riconosciuto.

Enrico, ciao, ti saluto. Se potessi tornare, comunque…

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