Ragazze Mondiali

Il calcio è femminile plurale anche per l’Italia. E finalmente! Per la prima volta dopo vent’anni, infatti, nel campionato ospitato dalla Francia da domani, ci sarà anche la nostra nazionale guidata dalla ct Milena Bertolini e capitanata da Sara Gama.

“Dopo vent’anni di assenza dal Mondiale – ha dichiarato Gama in un’intervista al Corriere della Sera – finalmente si va in campo. Se le bambine ci vedono in tv? Per loro siamo delle pioniere.” Sì, perché il mondo del calcio e, più in generale quello dello sport, restano ancora domini maschili. Pregiudizi e stereotipi si traducono anche in un divario tangibile, professionale ed economico, di cui fanno le spese le atlete. Come scriveva Oscar Wilde, però, “date alle donne occasioni adeguate ed esse possono fare tutto”. Così le donne si sono qualificate per questo Mondiale e lo hanno fatto dopo anni di impegno per rivendicare i propri diritti di sportive. Oggi si allenano in club come Juventus, Milan, Roma, Fiorentina, possono utilizzare strutture all’altezza. Peccato, però, che pur essendo professioniste di fatto non ne abbiano lo status come i colleghi uomini.

Una storia raccontata dalla stessa Sara Gama nel libro di Giorgia D’Errico, “Femminile Plurale”, editrice Round Robin. Un volume agile che sceglie l’incontro e il racconto personale per fotografare la vita delle donne italiane in cerca di lavoro, sottopagate, precarie, sopraffatte da carichi e ritmi insostenibili, sempre a rincorrere un difficile equilibrio tra vita e impegni professionali dove la differenza di genere viene fatta vivere come un peso, e non come una ricchezza, e preclusioni e preconcetti sono sempre dietro l’angolo. Donne comunque in lotta e sempre orgogliose della propria identità. Come ha recentemente ricordato il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, “la condizione della donna attesta il grado di civiltà di un Paese”.

Un motivo in più per tifare Italia. E tifare per le nostre ragazze!

Lo facciamo rileggendo il capitolo di “Femminile Plurale” dedicato a Sara Gama.

La copertina di “Femminile Plurale” di Giorgia D’Errico
Round Robin editrice

Sara, una questione di opportunità

Mi aveva parlato di lei un amico comune. “È il capitano della squadra di calcio femminile, molto impegnata sulla questione dei diritti anche nel suo ambiente. Si chiama Sara Gama”.

Io l’avevo vista in fotografia perché seguo su Instagram il profilo della sua allenatrice e perché avevo letto che in occasione della Giornata internazionale della donna era stata scelta dall’azienda che produce le Barbie tra le diciassette personalità nel mondo che hanno saputo diventare “fonte di ispirazione per le generazioni di ragazze del futuro”. Questa cosa mi incuriosii molto e cercando notizie su di lei, scoprii che era triestina, con mamma italiana e babbo congolese. Poterle parlare è stata ancora un’altra cosa.

Riesco a parlare con Sara al telefono qualche giorno dopo la loro qualificazione ai mondiali. Se fino alla settimana prima la nazionale femminile di calcio era conosciuta solo dagli addetti ai lavori o dai tifosi più affezionati, dopo la vittoria si parla di loro sugli autobus, al bar al mattino, negli uffici e tra i ragazzi delle scuole delusi per l’assenza dell’Italia ai mondiali. Le chiedo subito da dove sia nata questa passione in un certo senso originale e sicuramente non ancora molto diffusa tra le donne e le ragazze del nostro Paese.

“Ho iniziato a giocare quasi per caso. Nella mia famiglia nessuno aveva un’accesa passione calcistica, erano più attratti dai motori. Io invece ho sempre giocato con i bambini nei cortili, poi a 7 anni un amico mi ha chiesto perché non andassi a giocare nella squadretta locale dove si allenava lui. Ed è andata proprio così. Ci sono stata e ho trascorso lì quattro anni”. Non riesco a non domandarle come si è trovata, a 7 anni, in una squadra di soli maschi. Mi fa notare che i bambini sono meritocratici e siccome lei giocava e non c’era nessuna differenza con loro, non ha mai avuto nessun tipo di problema. È vero. I bambini sono meritocratici.

“Sono rimasta nella squadra per quattro anni poi sono stata chiamata da una squadra fuori Trieste e sono stata fortunata perché normalmente a 14 anni le ragazze sono costrette ad abbandonare perché non ci sono squadre disponibili ad accoglierle”. Le chiedo quali caratteristiche una calciatrice può portare in più rispetto ai suoi colleghi maschi, mi risponde dicendomi che sono caratteristiche diverse. “Il nostro modo di giocare rispecchia più il calcio delle origini. In generale il calcio oggi è molto più fisico di un tempo ma in realtà il calcio femminile è bello da vedere proprio perché è più fantasioso. Noi ragazze come è ovvio siamo meno potenti fisicamente ma sperimentiamo di più la tecnica. Vi è un livello tattico differente anche se lo sport di base è lo stesso”.

Non posso non parlare del successo appena ottenuto. Sono rimaste sulle pagine dei social per alcuni giorni e non solo perché avevano vinto, ma avevano superato i colleghi maschi che non si sono qualificati al mondiale. Questa differenziazione non è molto condivisa da Sara. “Preferisco ricordare che dopo venti anni la nazionale femminile di calcio parteciperà ai mondiali senza sottolineare ciò che hanno fatto i ragazzi. Questa vittoria non arriva a caso. Da quando anche le squadre femminili sono entrate nei club, le opportunità per noi sono aumentate. Utilizziamo le strutture delle squadre ufficiali, siamo seguite da professionisti sotto ogni aspetto, dai tecnici ai fisioterapisti.

“Sono stati fatti degli investimenti e la nostra vittoria per la qualificazione ai mondiali è la dimostrazione che se in una cosa ci credi, ci investi, i risultati poi li ottieni. Nulla avviene mai per caso”.

Anche io ho sempre avuto delle resistenze quasi inconsce rispetto al calcio femminile. Cresciuta con l’idea che una donna debba essere aggraziata e leggiadra, vedevo difficile poter esprimere la propria femminilità. Non è così.

“Il calcio è lo specchio della società” mi dice Sara. “Un tempo per esempio, era difficile competere con la Francia. Agli albori del calcio femminile, l’Italia è stato tra i Paesi leader del calcio femminile, almeno fino al 1970 quando fu riconosciuto dalla UEFA e dalla FIFA. Siamo stati poi superati dai paesi nordici e dal 2000 la Francia ha distanziato tutti di almeno quindici anni”.

Mi spiega che le squadre in serie A affiliate a quelle maschili sono sei: Fiorentina, Juventus, Sassuolo, Empoli, Atalanta e Chievo Verona e che a quest’anno altre squadre come la Roma si aggiungeranno e mi ripete che solo là dove si investe si ottengono dei risultati. “Lo vedo nel mio club” dice “la Juve, che è sicuramente anni luce avanti da un punto vista tecnico, educativo e sportivo. È un club proiettato oltre i confini, ha una visione assolutamente internazionale, cosa che non avviene sempre”.

“La vittoria delle qualificazioni ai mondiali non è arrivata a caso. Già nel 2008 la nostra nazionale ha vinto il titolo europeo che è stato poi l’unico titolo vinto da una squadra femminile”.

La grinta di Sara, la sua determinazione e anche il suo impegno all’interno della FIGC della quale è consigliera federale della componente atleti e membro del consiglio direttivo dell’Associazione italiana calciatori, la portano anche a parlarmi di una questione importante legata all’attività sportiva nel nostro Paese. Quando le chiedo che cosa si aspetta che l’Italia faccia per lo sport mi dice che molto è già stato fatto ma che va assolutamente riformata la legge 91 del 1981.

“La legge 91 riconosce i professionisti sportivi solo nel calcio maschile, nel ciclismo, nel golf e nel basket maschile e lascia libertà alle federazioni di decidere se restare sport dilettantistico o meno. Non esiste nessuna legge che preveda il professionismo sportivo femminile. Tutte le atlete che vincono alle Olimpiadi per esempio, conservano lo status di ‘dilettanti’. Questo vuol dire che non vi è nessuna copertura previdenziale e solo nella legge di bilancio siamo riusciti a inserire la maternità”.

Alla passione sportiva, Sara non ha sostituito il suo percorso formativo e l’anno scorso si è laureata in lingue. Quando l’ho sentita parlare, ho pensato che per arrivare “a essere pari” con i nostri colleghi uomini, bisogna investirci. Non siamo uguali ma dobbiamo partire avendo le stesse opportunità. E dobbiamo convincere tutti che la diversità, così com’è accaduto nello sport, può essere uno strumento per vincere.

Giorgia D’Errico è la coordinatrice della segreteria nazionale della Cgil. Il prossimo appuntamento per discutere del suo libro “Femminile Plurale” sarà all’Evergreen Festival di Torino il 15 luglio.

La nazionale femminile di calcio esordirà ai Mondiali di Francia 2019 il 9 giugno alle 13 contro l’Australia, il 14 giugno sfiderà la Giamaica, il 18 giocherà con il Brasile. Forza ragazze!

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