Whirlpool è nostra

Non siete soli. Questo dobbiamo ripetere oggi  ai lavoratori e alle lavoratrici Whirlpool di Napoli. 420 persone che la multinazionale americana ha deciso di scaricare nonostante un’intesa firmata in sede ministeriale lo scorso ottobre.

La comunicazione è arrivata venerdì mattina per bocca dell’amministratore delegato di Whirlpool Italia, già direttore della fabbrica partenopea. E la reazione è stata immediata e compatta: scioperi in tutt’Italia e una serie di assemblee. La Fiom Cgil racconta in una nota che “da Varese a Fabriano, da Siena a Comunanza fino, chiaramente, a Caserta e Napoli si è levata la protesta contro chi non rispetta gli impegni presi solo qualche mese fa, con la firma di un accordo quadro per il gruppo, sottoscritto da governo, regioni, azienda e sindacati, che prevede, nel triennio 2019-21, la garanzia di lavoro per tutti gli stabilimenti, un investimento di 251 milioni  di euro finalizzato alla specializzazione dei siti italiani e al recupero dei volumi produttivi.”

“Prevede”: non “ipotizza”, non “promette”.

Per lo stabilimento di Napoli l’investimento su cui Whirlpool aveva messo la firma è di 17 milioni di euro, con il trasferimento della produzione di lavatrici da Comunanza, nel piceno, dove pure si attendono investimenti e nuove produzioni.

Questo pomeriggio, le tute blu della Whirlpool saranno a Roma, davanti al Ministero dello Sviluppo economico, e aspetteranno l’esito dell’incontro richiesto e ottenuto con urgenza.  

Sono uomini e donne increduli, gonfi di rabbia, preoccupati, ma non rassegnati.

Ieri durante l’assemblea con i dirigenti nazionali dei metalmeccanici di Cgil, Cisl e Uil qualcuno ha gridato: “Noi dobbiamo essere Whirlpool e basta. Devono rispettare l’accordo del 2018. E basta.” Una delle operaie ha detto bene: “Questa fabbrica è nostra. Non possono fare così.”

Speriamo che queste grida vengano ascoltate. Perché è inammissibile assistere, giorno dopo giorno, a fughe e fallimenti accompagnati da una spregevole arroganza. I lavoratori non sono una merce. Esiste un tema – anzi un problema serio – che va affrontato adesso:  queste imprese hanno una responsabilità sociale. Devono averla.

Eppure se ne sbattono.

Quale responsabilità sociale ha dimostrato la dirigenza belga della Bekaert che a Figline Valdarno l’estate scorsa comunicò in venti minuti la chiusura della fabbrica di fili d’alluminio per pneumatici, continuando nelle settimane successive a pressare i lavoratori affinché sviluppassero il loro prototipo d’eccellenza destinato, però, a essere fabbricato in Romania?

Quale responsabilità sociale ha esercitato la proprietà turca della Pernigotti che ha addirittura spogliato lo storico stabilimento dolciario di Novi Ligure di un marchio simbolo della cioccolata italiana? O la multinazionale Unilever che ha appena annunciato che il dado Knorr verrà prodotto in Portogallo?

L’elenco si allunga ogni giorno che passa.

I posti di lavoro a rischio si contano ormai a centinaia di migliaia. Sarebbero 280mila quelli da salvare nei 150 tavoli aperti al ministero. Un capitolo a parte meriterebbe il Sud, depredato e abbandonato.

Whirlpool che fa carta straccia della sua stessa firma è in numerosa ma cattiva compagnia.

E allora noi oggi diciamo che gli impegni vanno rispettati ma anche che il valore di una fabbrica, di un’azienda, di una multinazionale – quello che davvero fa la differenza – sono i lavoratori e le lavoratrici.

Che si capisca bene questa cosa. E che si faccia capire bene a chi è troppo abituato a maneggiare numeri per rendersi conto che dietro le cifre si nascondono sempre delle persone.

Soprattutto diciamo: #salviamolawhirlpool.

Perché solo salvando il lavoro oggi, avremo un futuro domani.  

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