Pensioni? Pensiamoci!

Meglio un lavoro oggi o la pensione domani? Ecco perché la domanda è mal posta. I giovani chiedono un lavoro oggi e devono avere una pensione domani. Governo e Inps si muovono nella direzione sbagliata. Scrive Ezio Cigna, responsabile previdenza Cgil

I giovani chiedono un lavoro, una retribuzione, qualche diritto, cose normali, ormai assenti da troppi anni. Il problema non è che non pensino alla loro futura pensione, ma chiedono di avere un’occupazione adesso: quella che ti permette di costruire un futuro, avere una famiglia e, successivamente, anche la pensione.
Tuttavia, se è normale che ragazzi e ragazze chiedano un lavoro, possibilmente di qualità, a chi corre l’obbligo di pensare alle loro pensioni?
Dovrebbe farlo il governo, quello di oggi
. In caso contrario, si determinerà un problema sempre più grande, difficilmente recuperabile. E – questo sì – è necessario che i giovani lo sappiano.

Finanziare con 21 miliardi quota 100 e non pensare a come mettere in sicurezza le pensioni per le nuove generazioni è un errore imperdonabile, un’occasione persa, anzi, è la volontà chiara di una politica cieca. Più attenta alla campagna elettorale che a dare delle risposte ai più deboli, in questo contesto sicuramente under 30, donne e coloro che svolgono lavori gravosi. Proprio per questo motivo sabato scorso, in piazza San Giovanni a Roma, i pensionati di Cgil, Cisl e Uil manifestavano non solo per una piena perequazione degli assegni previdenziali ma anche per chiedere una pensione contributiva di garanzia per i giovani. Sì, è proprio così: i pensionati sanno bene quanto sia fondamentale dare garanzia al sistema pensionistico, pensando al domani.

In un sistema a ripartizione, come il nostro, i contributi dei lavoratori attivi servono a pagare le pensioni di oggi e così sarà in futuro. Il patto intergenerazionale è alla base di tutto: c’è quindi la necessità di rilanciare il sistema pubblico. Solo in questo modo potremo pensare che un giovane capisca l’importanza di versare i contributi previdenziali e assicurarsi anche un futuro dignitoso. Quel patto intergenerazionale era stato impropriamente invocato dalla Fornero, visto che spostare più in là a tutti il traguardo della pensione, non significa affatto aiutare i giovani. Pensare che nel sistema contributivo avremo persone che con meno contribuzione ma con redditi alti avranno la possibilità di accedere al pensionamento prima, è veramente inaccettabile.

Il caso più esplicito è quello di Franca, con un contratto part time di 6 ore per fare le pulizie in banca: dopo 40 anni di lavoro e almeno 64 anni di età, si sentirà dire che è troppo presto per ritirarsi; mentre Claudio, dirigente nella stessa banca, con 20 anni di contribuzione, ma una retribuzione molto più alta, potrà andare in pensione appena spente le 64 candeline. Non sarà, allora, nemmeno più un problema di età o di anni di lavoro, sarà un problema di redditi.

C’è bisogno di equità e di giustizia, quelle che non ci sono state con la “dannata” riforma del 2011, ma che sono totalmente assenti anche nelle misure previste da questo governo: quota 100, reddito di cittadinanza o pensione di cittadinanza.

Anche l’INPS, però, dovrebbe giocare una partita insieme ai giovani. Non erano accettabili né le dichiarazioni dell’allora presidente dell’Istituto di previdenza quando si era nel bel mezzo della crisi, né tanto meno lo sono oggi quelle dell’attuale presidente. Perché se uno era dell’idea di non inviare gli estratti contributivi ai giovani per paura di una sommossa, l’altro non può certo immaginare che la risposta per il futuro si esaurisca con l’allargamento della pensione di cittadinanza!

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