Caterina da ♥️ a ♥️

Lo stress da lavoro è una sindrome, lo ha stabilito l’OMS. La Funzione Pubblica Cgil ha appena presentato uno studio che indaga sulla salute dei lavoratori della sanità. Tanta fatica, poco salario e un ambiente non facile. Scrive Caterina, cardiologa in un importante policlinico della Capitale. Lo fa dal punto di vista della professionista che, una, dieci, trenta volte in un giorno, deve valutare, decidere, agire. Per il bene dei suoi pazienti, nel rispetto della fiducia che ripongono in lei.

Mi chiamo Caterina e ho 38 anni. Sono a contatto per otto, nove, dieci ore – talvolta anche dodici – con la malattia, con la frustrazione e con il bisogno da parte dei miei interlocutori di avere continue risposte, che potremmo definire anche “certezze”. Posso arrivare ad accogliere dai venti ai trenta pazienti al giorno nell’attività ambulatoriale o gestire un reparto con 30 letti. Questo significa dare, o lasciarsi strappare, un pezzetto di sé da ognuno di loro, pur restando concentrati sulla parte scientifica del mio lavoro e sul fatto che alla fine sono lì per farli guarire, per effettuare una diagnosi e decidere un eventuale iter terapeutico.
Dal punto di vista puramente scientifico si tratta di una professione impegnativa, che richiede tanta concentrazione e tanta presenza di spirito, ma probabilmente l’impegno umano richiesto è persino maggiore.

La dottoressa nella foto non sono io

Spesso la nostra professione ci pone di fronte a pazienti che non vivranno a lungo. Nel momento in cui entri a contatto con la patologia – e la patologia è una persona che ti guarda negli occhi, non una teoria stampata su di un libro – nell’istante in cui stacchi le orecchie dall’auscultazione o sposti la sonda alla fine dell’ecografia cardiaca, fai un bel respiro e cominci a parlare col paziente. Il tuo compito è prospettargli un percorso, rassicurarlo, ma contemporaneamente devi decidere cosa dovrai fare per aiutarlo.
Non è facile e certamente ci sarebbe bisogno di più tempo. Una risorsa che proprio non ci è concessa. Magari ho solo cinque minuti per spiegarmi, perché fuori c’è la fila di altre dieci o venti persone che attendono di essere visitate e a ognuna di loro dovrò dedicare tutta la mia attenzione.

Ci scontriamo fondamentalmente col fatto che la richiesta è tanta e noi troppo pochi. Il medico riesce a far fronte alle esigenze delle persone facendo leva su se stesso, sulle proprie risorse, sulle proprie forze, ma a un certo punto queste andranno a esaurirsi. Riuscire a concentrarti sull’attività che devi fare al meglio, seguendo le linee guida internazionali, proteggendoti anche da eventuali ripercussioni successive dal punto di vista medico-legale, riuscire a essere umano e produttivo nei tempi e nei modi che l’azienda stabilisce, è una guerra quotidiana. Io alla fine della giornata posso dire di avercela fatta ancora una volta. Talvolta distrutta. Talvolta portandomi dietro un’enorme mole di lavoro a casa. Spesso e volentieri trattenendomi molto oltre il mio orario. I miei colleghi ed io facciamo degli “straordinari” che non sono registrati da nessuna parte. Per farla breve, nella mia realtà, cerchiamo di far sì che non sia il paziente a rimetterci – questo è fondamentale – ma lo facciamo a spese nostre, del nostro tempo, delle nostre famiglie e anche della nostra freschezza mentale.

Infatti capita di vedere chi getta la spugna e dice “ok, questo è il sistema e io più di questo non posso fare”. Sicuramente non riceviamo più da parte del pubblico l’entusiasmo, la fiducia, la stima, che magari veniva manifestata ai colleghi trenta o quarant’anni fa. Non è colpa delle persone ma dell’organizzazione che fa percepire al pubblico quanto il servizio non sia adeguato alle richieste e questo è molto frustrante.
Il risultato? Musi lunghi, perdita della pazienza… Ma al di là di questi atteggiamenti, che possono anche variare rispetto al carattere dei colleghi, c’è una sorta di rassegnazione: “io faccio il mio, dove arrivo metto il punto”. Alcuni credono non valga più la pena impegnarsi. Che sia inutile spendersi. Soprattutto quando ti viene richiesto così tanto e sei prosciugato umanamente, stanco fisicamente e non soddisfatto perché è chiaro che sembra sempre che tu abbia fatto appena il tuo dovere quando invece hai dato tantissimo.

Ovviamente le aziende, i capi, le istituzioni, non ti proteggono. Per cui, di fronte a qualsiasi evento, è il medico a essere sempre responsabile a priori. D’altro canto, non solo non ti proteggono, ma non ti gratificano né economicamente né dal punto di vista della carriera. Il problema è che uno specialista dopo aver studiato 10/11 anni si ritrova alla soglia dei 40 ancora senza un vero contratto, senza tutele da nessun punto di vista, nessuna indennità di servizio, nessuna sicurezza per la propria vita. È una situazione davvero demoralizzante.

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