Caro Mercatone Uno

Il colosso dell’arredamento low cost è fallito. La comunicazione arriva ai dipendenti di sabato mattina e via facebook. 1800 persone restano a casa. Oggi il vertice al Ministero dello Sviluppo Economico. Riceviamo e pubblichiamo la lettera di Sabrina Prestigiovanni, lavoratrice del punto vendita di Rubiera, Reggio Emilia.

Ricordo ancora l’entusiasmo e la gioia quando vent’anni fa entrai a far parte di quella che descrivevano come la grande famiglia Mercatone Uno. Proprio così. Tutto ispirato alla famiglia e alla collaborazione: principi per i quali l’azienda era nata e cresciuta sotto la guida di Romano Cenni  e dei suoi familiari.

Cenni ci metteva coraggio e faccia nel presidiare i punti vendita e nell’invitare tutti noi a crescere insieme. Di quella famiglia, in effetti, ognuno di noi andava orgoglioso.  Non pesavano sudore, impegno né ogni tipo di sacrificio.

A un tratto, però, questo colosso aziendale piegò le braccia di fronte a quel mostro chiamato crisi economica che girava intorno a tutto e anche dentro di noi per via di una cattiva gestione interna.

Nell’aprile 2012 al “gigante buono” non restò che “abbracciarci” con la sua solidarietà.

Seguirono anni di sofferenza e lotta per difendere noi  e il nome dell’azienda di fronte la crisi. Nel 2015 scendemmo in campo, in sciopero, da soli. Abbandonati, ormai, dal fondatore e dai suoi cari: l’ideale della grande famiglia era scomparso e noi versavamo nello sconforto totale.

Come bambini abbandonati in attesa di adozione, ecco spuntare davanti a noi futuri “parenti”, commissari, paladini di giustizia, che, chiamati al controllo del dissesto finanziario interno e alla difesa degli “orfani” lavorativi sotto amministrazione straordinaria chiedevano ancora sacrifici nella speranza di risollevarci in futuro.

Con il passare del tempo venivamo assaliti dallo sconforto ma continuavamo a lavorare.

Su un piatto della nostra bilancia pesavano la speranza e l’ottimismo per un futuro migliore, sull’altro la tristezza e la delusione per un passato amaro. Si lavorava per amore del lavoro, per il bisogno di lavorare, si lavorava nella totale confusione, mentale e organizzativa.

Finiti al bando come una vecchia veste su una bancarella al mercato, nel 2017 speravamo che qualcuno o qualcosa ridesse alle nostre gambe la forza per camminare.

Ed ecco che finalmente spuntò all’orizzonte la Shernon Holding.  Dopo tanti rifiuti apparve ai nostri occhi come una zattera a un naufrago che sta per affondare. Tante perplessità, ma la nave era  lì: prendere o lasciare alle loro condizioni. Era l’agosto del 2018, capo dell’equipaggio Valdero Rigoni. Con la sua società con sede a Malta ci proponeva un “pacchetto vacanza” con grandi cambiamenti, investimenti, rinnovi, ma soprattutto  la tutela dei lavoratori e il salvataggio dalle loro angosce.

Abbiamo visto svendere tutto – il vecchio stock lo chiamavano – per fare spazio al nuovo.  Ma il vecchio stock per noi era la storia e così – svuotati fuori e nell’anima – nonostante tutto, confidavamo nel cambiamento promesso e continuavamo  a spendere le nostre forze.

Finché abbiamo capito che le novità promesse non erano né sarebbero arrivate.

Da allora abbiamo lavorato con la poca merce disponibile rimasta e quando ancora ce lo siamo potuti permettere abbiamo ordinato merce ai fornitori per conto di clienti che ancora credevano in noi.

Ci abbiamo messo la faccia vedendo tradite con sofferenza le loro e le nostre aspettative, loro per la mancata consegna della merce e conseguenti pagamenti a vuoto, noi per i ritardi dello stipendio, le assistenze sanitarie inesistenti…

I pochi fornitori si sono ritirati e nel giro di pochi mesi, ci è stato chiaro di essere stati strumentalizzati da una società che ci ha truffato in ogni aspettativa.

Nel mese di Aprile il signor Rigoni si è presentato in tribunale chiedendo in sordina il concordato preventivo.

Delusi , sconfortati ci siamo guardati in faccia tra noi colleghi cercando occhi e parole di conforto ma gli occhi erano stanchi, tristi e le parole introvabili, le forze spossate pure per lamentarci, il dolore comune.

In pochi mesi la nuova società acquirente era diventata debitrice di milioni di euro, quelle risorse promesse per risollevare i nostri destini lavorativi che non si sa, però, dove siano finite.

Signor Rigoni, la ringraziamo.

La ringraziamo per averci inviato con costanza e sollecitudine sulle nostre e-mail personali parole di impegno, persino pochi giorni prima che il tribunale dichiarasse fallimento.

Grazie soprattutto per l’eleganza con cui ci ha comunicato così, all’improvviso e attraverso i social, che non abbiamo più un lavoro.

Noi, il nostro impegno, lo abbiamo sempre dimostrato, fino alla fine. E, oggi, rimasti nuovamente orfani del lavoro, siamo ancora qui, con la nostra dignità.

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