Capaci di cambiare!

Davide ha un accento del Nord ma se glielo chiedi ti spiega che è siciliano, figlio e nipote di emigrati. Nel gomito di Sicilia giura di averci lasciato il cuore ma anche il fegato. Gli abbiamo proposto di ricordare la “sua” strage di Capaci. In quegli anni viveva tra Marsala e Mazara del Vallo.

Avevo 17 anni il 23 maggio del 1992, o più esattamente, li avrei compiuti il giorno dopo. Se solo non ci fossero state le ultime interrogazioni da onorare, o le stagioni impazzite, in Sicilia avremmo potuto già essere al mare. Un ghiotto anticipo degli imminenti pomeriggi di vespa, tuffi e cicale. Invece mia madre stirava mentre io sottolineavo svogliatamente il libro. La tv era accesa con il volume quasi al minimo quando la sigla dell’edizione straordinaria del Tg1 irruppe in un sabato qualunque.

Qualche anno prima ricordavamo che Gheddafi voleva bombardare Lampedusa. Quindi aprimmo bene le orecchie.
Increduli. Ci mettemmo un po’ a comprendere di cosa si stesse parlando. Restammo sgomenti come, anni dopo, davanti alle Twin Towers che collassavano. Le immagini mostravano un’autostrada irriconoscibile per quanto distasse poche decine di chilometri da casa e noi l’avessimo percorsa una marea di volte. Un’unica soggettiva indugiava sul mondo sottosopra: la Fiat Croma, i visi attoniti. Le macerie ai piedi del cartello che indicava Capaci sembravano confermare che sì, ne sono capaci, ne erano capaci.

Rimanemmo lì ad osservare i visi lunghi degli altri magistrati come se fosse stata l’ultima volta. Mio zio scuoteva la testa e davanti ai tg ripeteva a più riprese “Chissu ‘un campa assai”. Avremmo detto “Siamo tutti Rosaria Costa”, la vedova dell’agente Vito Schifani, perché ci sentivamo proprio così. Tutti.

Devastazione dentro e fuori. Roba che nemmeno la professoressa Zichittella riuscì a cavare un ragno dal buco con i suoi componimenti sulla Sicilia di Verga e Pirandello. La scuola finì in un soffio tra i funerali e l’elezione del presidente Scalfaro. Era come se in quel lembo di Sicilia – quel gomito lo chiama Giacomo Di Girolamo – fosse scoppiata una guerra. Oggi ci avrebbero spedito una squadra di psicologi.

La nostra non era inquietudine ma sconforto. “Hanno vinto loro”, ci dicevamo. Non importava quanti anni avessimo. Quante immagini di magistrati, politici, giornalisti crivellati avessimo visto. Sapevamo che di certe cose non si parlava. Non si facevano domande. Dovevi farti i cazzi tuoi. La mafia – ripetevano – c’è anche quando non c’è.
Ma in realtà, nel gomito di Sicilia, la mafia si vedeva eccome. Niente prigionieri: per effetto di pallottole, tritolo e acido solforico, cadevano tanto gli adulti che i bambini.

Noi non avevamo mai visto nemmeno un film in cui i mafiosi finivano dietro le sbarre e i commissari tornavano a casa. Nemmeno “Meri per sempre” finiva bene.
Anche per questo, il 23 maggio 1992, io e mia madre pensammo fosse finita davvero. 57 giorni dopo, quando Paolo Borsellino abbracciò la stessa sorte, finì anche quella lunga malattia. Come quando sai che pioverà e finalmente l’acqua sta venendo giù e la burrasca soffia dal mare e ricominci a pensare a cosa farai domani.

Estate 1992. Ecco pareva dovesse essere l’iscrizione definitiva per la pietra tombale della nostra Sicilia.
Non fu così. Ci fu una rinascita civile. attraverso piccole cose di scarsa importanza.
A Palermo, un gruppo di cittadini espose delle lenzuola bianche dai balconi per dire che volevano riprendersi le loro strade. Un sindaco, poi due, poi tre, tornarono a illuminare le città e a riportare la gente fuori. Lorenzo Cherubini, il ragazzo fortunato di quell’anno indimenticabile, colse quello che era dentro il Cuore di molti e incise un rap, una poesia, che invocava cultura di pace e coraggio di guerra per un’Italia diversa, mentre nel Paese, insieme alle stragi, imperversava il ciclone Tangentopoli.
Nacquero confronti pubblici, si iniziò a parlare di mafia, di schiavitù e povertà.
La riscossa partì dalla scuola: insieme a crocifissi e ritratti presidenziali, vennero esposte migliaia di foto di Paolo e Giovanni che sorridevano noncuranti di chi aveva provato a cancellarli. I nostri insegnanti osarono e in istituto incontrammo il giudice Antonino Caponnetto e due donne indimenticabili come Maria Falcone e Rita Borsellino.

Palermo 2352015 ( FOTO PETYX PALERMO) corteo della legalità commemorazione Falcone via notarbartolo

Ebbi il privilegio di ascoltare, guardare negli occhi, e abbracciare riconoscente persone come loro. Mi chiedevo dove trovassero la forza per girare la Sicilia, incontrare i ragazzi per rassicurarli, per esortarli a diventare uomini diversi. Da allora ho avuto la fortuna di tornare molte volte a Palermo. In questi 27 anni non ho mai visto spoglio l’Albero Falcone. Ho visitato l’aula bunker dell’Ucciardone tappezzata da cartelloni di bambini delle elementari. Ho camminato nelle vie dedicate ai sindacalisti che hanno detto NO. Nel 2006 sono tornato nel capoluogo siciliano con tre amici e mille tra studenti e giovani lavoratori, dopo aver attraversato l’Italia su un treno ribattezzato Rita Express. Un viaggio in nome di Rita Borsellino, per sostenerla e provare a vincere alle urne quella che per noi era stata la battaglia di una generazione. Dopo quella volta – per nessuno di noi – è più stata la stessa cosa.

Ma mi è capitato ancora di perdermi tra una marea di magliette bianche con i visi di Paolo e Giovanni. E tra altre migliaia di ragazzi in marcia da Terrasini a Cinisi scandendo il nome di Peppino. Giovani che in quel sabato di maggio non erano ancora nati, ma pronti a fare loro una battaglia di civiltà e di progresso. Perché di cambiare sono Capaci.

Perché quando nel mondo si parli d’Italia – scandiva Jovanotti – non si dica “la mafia”, “i mafiosi”, perché oggi è per quello che siamo famosi. Ma l’Italia è anche un’altra e la gente lo grida: i ragazzi son pronti per vincer la sfida”.

“Cuore” è una canzone di Lorenzo Cherubini, scritta a pochi giorni dal 23 maggio 1992, data della strage di Capaci, nella quale furono uccisi il magistrato Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e i tre agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Il brano fu prodotto ad uso esclusivamente radiofonico e, anche successivamente, non è stato inserito in nessun album o raccolta.

Gomito di Sicilia” è un libro di Giacomo Di Girolamo appena uscito per Laterza che racconta un pezzo di Sicilia finora inesplorato, quell’estrema periferia della provincia di Trapani.

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