Caro, dolce, Andrea

Sei anni fa, all’età di 84 anni, ci lasciava don Andrea Gallo, il prete, l’amico degli ultimi. Nella comunità di San Benedetto, da lui stesso fondata a Genova per essere vicino ai più deboli, erano passati tutti: ex brigatisti ed emarginati, intellettuali e poveri, atei e credenti. Il prete dalle mille battaglie riusciva a dialogare con tutti, stando al passo con i tempi e con i “suoi ragazzi” giovani e adulti. Nel suo ultimo post su twitter, il 20 maggio del 2013, aveva scritto “Sogno una #Chiesa non separata dagli altri, che non sia sempre pronta a condannare, ma sia solidale, compagna”.
Oggi lo riporta tra noi Viviana Correddu della Filcams genovese, con una lettera e una canzone di Paolo Conte.

Caro dolce Andrea.
Ti scrivo, come ho sempre fatto quando avevo bisogno di farti capire qualcosa senza doverlo esplicitare, utilizzando solo e soltanto pensieri liberi ed emozioni, sensazioni, immagini dipinte che ti facessero respirare un po’ di me ogni volta. Ogni volta, magari, una me stessa migliore, un po’ di me cresciuta anche se non diversa, bensì “inedita”… come ti piaceva definire le ragazze e i ragazzi che accoglievi.

Ti scrivo lo stesso, come ho fatto sempre, anche quando non potevo più farti arrivare i miei biglietti, le mie lettere o le mie poesie, le mie raccomandazioni (“non stancarti troppo!”), le mie considerazioni dopo qualche tua intervista, i miei “grazie” ogni volta che mi sentivo ascoltata o apprezzata.

Ti scrivo lo stesso.
Perchè, come canta Paolo Conte, ho nostalgia di un golf, un dolcissimo golf di lana blu, di quegli schiaffetti affettuosi quando mi incontravi che, mentre sapevano accarezzare, volevano ogni volta, tanto per non sbagliare, innescare una sveglia nella coscienza, si fosse per caso assopita per qualche ragione.

Ti scrivo lo stesso perché questo dono me lo hai stimolato tu, mi hai convinto che potevo utilizzarlo per me e per gli altri, mi hai fatto capire che poteva essere la chiave di volta della mia vita fragile ma ostinatamente contraria, non ordinaria, disallineata. Quindi resistente. Come al solito, sei stato lungimirante. Hai visto la mia scintilla e ci hai soffiato sopra, lasciandomi libera di capire da sola in quali direzioni far divampare la mia fiamma.

Ti scrivo lo stesso perché so che non hai mai smesso di leggermi, e che spesso le mie parole le detti tu da quel pezzo di cuore in cui ti tengo, così che non mi hai mai lasciato. Sei stato un padre che non ha avuto paura di farmi scegliere, che ha seguito il mio percorso difficile e pieno di mostri convinto che io avessi già preso la tua mano e quella di altri compagni e compagne di viaggio, pronta a stringerla mentre inciampavo o riagguantarla al volo quando cadevo.

Ti scrivo perché, di questi tempi, ci manchi sempre di più. Ci mancano i tuoi input all’unità, alla condivisione, all’accoglienza, alla pratica quotidiana della coerenza, dell’ascolto, dell’assenza di giudizio e pregiudizio, dei valori democratici e partigiani, di Resistenza. Input spesso esplicitati in modo severo, spronante, quel modo che sapeva entrare dentro e scuotere l’intimo più profondo della coscienza di chi sapeva ascoltare e mettersi ogni giorno in discussione.

Caro Andrea, ci sto provando.
Ci sto provando con tutta me stessa, a volte oltre le mie forze, a volte spingendomi al di là di quanto poi penso di poter reggere. Oggi scrivo e cerco di essere quel megafono che tanti invisibili non hanno. Ti porto con me con orgoglio, ogni giorno, in Cgil e tra i lavoratori, perché sei tu che mi hai insegnato che le sfide vanno prese come strumenti di riscatto non solo personale ma collettivo, che ci si deve mettere a disposizione degli altri, dei più deboli, di chi ha bisogno di trovare davanti a sé una mano tesa come io ho trovato la tua.

Ci sto provando ed è terribilmente dura. A volte, mi capita di chiedermi se sei fiero di me, perché un po’ mi manca sentirmi chiamare “dov’è la Viviana!” mentre volevi far capire a chi non trovava la forza di continuare a camminare, o a chi contestava i tuoi metodi e quindi la linea della Comunità, che avevi me come tanti altri da portare come una tua scommessa che sentivi di poter davvero vincere. Io sentivo sempre un certo imbarazzo, ma allo stesso tempo la responsabilità di non potermi permettere di deluderti, di mollare, di aiutarti a poter ribadire un concetto che è diventato per me elemento di rivendicazione: chiunque ha le potenzialità e la capacità di riscattarsi, emanciparsi, tutti hanno diritto ad avere una possibilità, e nessuno può essere considerato irrecuperabile.

Sono sempre io Gallo. Ho sempre paura. Ho sempre il mio grande dolore, qui da qualche parte, lo tengo tra lo stomaco e la gola, e me ne prendo cura anziché far finta che non esista, proprio come urlavi tu: “La rimozioooone, non è crescitaaaaaaaa!!!”.
E poi ho sempre te. Ti abbiamo ancora, perchè la faccia che avevi una volta è rimasta stampata qui, nei i tuoi modi di fare, nel tuo palpitare e distinguerti, nella vecchia passione, nella tentazione di Essere.
Eppure quel maglione di lana blu, su cui appoggiare la testa nell’abbraccio, ci manca sempre e, allora, ogni tanto, mi aggrappo all’immaginazione. Mi appoggio qualche minuto, ti stringo forte, mi abbandono. Poi raddrizzo la schiena, rialzo la testa, riprendo la corsa; e continuo il percorso che senza di te non avrei mai saputo vedere, percorrere, affrontare.

Spesso, come questa mattina, sottovoce mi canto: Non piangere cogliona, ridi e vai! *

Oggi, mercoledì 22 Maggio, presso la Parrocchia della Santissima Trinità di San Benedetto a Genova, in Via San Benedetto 12, alle ore 18 verrà celebrata la messa nel 6° anniversario della scomparsa di Don Andrea Gallo.
Sostieni la comunità fondata da Don Andrea Gallo con il tuo cinque per mille inserendo il codice 02471280103 nella tua dichiarazione dei redditi.


Viviana Correddu ha scritto per Chiarelettere “Il gallo siamo noi”, con la prefazione di Vasco Rossi. L’immagine in alto si riferisce a un altro libro su don Andrea: la graphic novel “Sulla Cattiva strada” di Angelo Calvisi e Roberta Lauciello, edita da Round Robin.

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