Sognando l’Europa

Il prossimo 26 maggio si vota per rinnovare il Parlamento europeo. Non si tratta di testare il governo nazionale: la posta in gioco è molto più alta. Con quelle elezioni possiamo cambiare il futuro dell’Europa e tornare a sognare europeo. Un contributo di Alice Leone

Qualche giorno fa mi trovavo a volantinare in una delle vie centrali della mia città. Avvicino una donna, probabilmente di poco più vecchia di me: “Salve, posso lasciarle un volantino per le prossime elezioni europee?” Lei non prende il volantino e mi oltrepassa senza guardare. Fin qui, tutto tristemente normale. Pochi metri più avanti, però, lei si gira e mi urla (con un linguaggio un po’ più colorito di quello qui riportato) “Le elezioni europee!! Ma chi se ne importa delle elezioni europee! Ma seriamente, chi se ne importa delle elezioni europee!” E se ne va.

Ora, non si tratta della reazione peggiore che mi sia capitato di sentire, ma mi sembra indicativa di quello che, almeno a mio giudizio, è il vero problema: nessuno sembra essere interessato a parlare di Europa. Anche chi si dice intenzionato a votare tende a trattare il voto di domenica come una partita nazionale, “un test per il governo” come lo definiscono i giornali. Invece questa volta la posta in gioco è molto più alta. E riguarda proprio il futuro dell’Europa, quella di cui sembra che a nessuno interessi davvero. Più di 400 milioni di persone hanno diritto a votare in queste elezioni, il che le rende uno dei processi democratici più grandi del mondo. Anche per questo, meriterebbe di non essere trattato come una semplice sfida in ottica nazionale.

Personalmente non amo la retorica per cui ogni elezione viene definita “la più importante della nostra vita” (anche perché è una definizione che ho sentito almeno una decina di volte negli ultimi vent’anni), ma sicuramente si tratta di un voto chiave per il futuro del sogno europeo. Dico sogno e non progetto perché a volte anche noi lo dimentichiamo, persi nella discussione tra vincoli di bilancio e direttive sulla privacy, ma l’Unione Europea, prima che una gigantesca macchina politico-burocratica è stata, e rimane, un’idea che sembra quasi utopica: unire nazioni che si erano uccise vicendevolmente per secoli fino a renderle un solo popolo.

Alle origini dell’Unione non c’è soltanto il desiderio di pace, che soprattutto dopo le guerre mondiali accomunava milioni di persone in tutta Europa: c’è anche la consapevolezza che abbiamo in comune molto più di quanto ci divida, e che uniti andremo più lontano di quanto non possiamo fare se invece entriamo in competizione gli uni con gli altri. L’Europa è al suo centro un progetto progressista, solidale, democratico e internazionalista.

In un’epoca in cui i nazionalismi ritornano ad alzare la testa e l’odio nei confronti di chi è diverso sembra diffondersi a macchia d’olio nel mondo, l’Europa dovrebbe per la sua stessa natura rappresentare un punto di riferimento, un faro per chi continua a credere che un mondo più giusto è possibile. Invece sembra essere andato tutto storto. Il processo di unificazione europea appare arenato, e l’Unione ridotta alla moneta e al mercato unico. Proprio per questo, le istituzioni europee sono nel racconto pubblico colpevoli delle politiche di austerity, dei tagli, delle riduzioni delle tutele e di regole incomprensibili e apparentemente ingiustificate.

L’Europa dei popoli e dei lavoratori è diventata nella percezione delle persone l’Europa nebulosa dei tecnocrati e degli interessi finanziari. Le cause e le implicazioni di questa battuta d’arresto sono state ampiamente discusse. Si è detto molto sugli errori commessi: la sconfitta del progetto di una costituzione europea, la gestione dell’allargamento, l’introduzione dei vincoli di bilancio e le conseguenti politiche di austerità. Vorrei, però, concentrarmi su quegli aspetti del sogno europeo che sono già stati realizzati, e su quanto abbiamo ancora da fare.

Noi tutti tendiamo a sottovalutare l’impatto positivo che l’UE ha sulla nostra vita. Questo ci porta troppo spesso a darne per scontati gli effetti e a non combattere per proteggerli, salvo poi stupirci nel momento in cui vengono meno, come avvenuto nel caso della Brexit. Le conquiste ottenute grazie all’UE sono molteplici, prima tra tutte il fatto di aver messo fine alle guerre tra i suoi stati membri; poi la definizione di una serie di diritti fondamentali, e le sentenze della Corte Europea dei diritti umani su questioni quali i diritti civili.

L’aspetto su cui volevo concentrarmi è, però, la libera circolazione. La possibilità di muoverci liberamente da un paese all’altro è forse una delle conquiste più significative garantiteci dall’Unione Europea. La mia viene spesso definita la “generazione Erasmus”, ad indicare il significativo impatto che ha avuto per noi l’opportunità di studiare almeno per parte del nostro percorso  in un altro paese europeo, e di conoscere e confrontarci con altri nostri coetanei che vi risiedono. Si tratta di esperienze straordinarie per chi ha l’opportunità di viverle, ma questa definizione è, secondo me, limitante.

La ragione per cui molte delle persone con cui sono cresciuta vivono oggi sparse in diverse città europee, per cui io stessa ho avuto la straordinaria opportunità di trasferirmi per mesi in due diverse capitali, è infatti più che l’Erasmus la libera circolazione. Quest’ultima non riguarda solamente chi come me ha avuto i mezzi e l’opportunità di frequentare l’università, ma anche chi concluse le scuole dell’obbligo si è spostato per cercare lavoro, o chi ha deciso di cambiare Paese più avanti nella propria vita, o perché il lavoro lo aveva perso o semplicemente per una scelta personale. Riguarda anche la possibilità per ciascuno di noi di restare in contatto con gli amici e i familiari che vivono in altri Paesi europei, di raggiungerli senza dover programmare i propri spostamenti con mesi di anticipo, dovendo ottenere i relativi visti. La libera circolazione è quella che più di ogni altro aspetto ha, per parafrasare una famosa citazione sull’unità d’Italia, “fatto gli europei”. Perché io, e con me molti altri, mi considero europea.

In questo momento 17 milioni di cittadini europei risultano residenti in uno stato UE diverso da quello di appartenenza, e altri ancora vi stanno vivendo temporaneamente senza aver spostato la residenza. Un fenomeno di queste dimensioni è reso possibile soprattutto grazie alla libera circolazione. Questa straordinaria conquista è forse una di quelle che più diamo per scontate, ma è anche una di quelle di cui più sentiremo la mancanza se non sapremo difenderla, come stanno scoprendo in questi mesi quanti vivono nel Regno Unito. E la libera circolazione è sotto attacco. La retorica su fantomatici turisti del welfare e le accuse di dumping salariale contro i lavoratori provenienti da paesi europei più poveri, le stesse che hanno portato alla Brexit, stanno già spingendo alcuni Stati a tentare di limitarla. E non si tratta del solo diritto che abbiamo dato per acquisito ad essere a rischio. 

Il miglior modo per fermare tutto questo, il momento in cui noi cittadini europei potremo influenzare direttamente la strada che prenderà l’UE, sono le elezioni di domenica prossima. Si tratta della sola occasione per noi cittadini di eleggere i nostri rappresentanti diretti in un’istituzione europea. Un’assemblea in cui 751 deputati di 28 paesi discutono tra loro in 27 lingue diverse e lavorano per decidere regole comuni, valide per tutti. Si tratta di un luogo straordinario, e personalmente mi considero fortunata ad aver avuto l’opportunità di vederne l’operato dall’interno almeno per qualche mese.

Il Parlamento Europeo si definisce “la voce dei cittadini nell’Unione Europea”, ed infatti è il solo elemento che può bilanciare l’influenza dei governi. Perché, diciamoci la verità, è proprio l’egoismo dei governi il principale ostacolo al sogno europeo. Sono, infatti, stati i rappresentanti di ciascuno dei governi degli stati membri, in riunioni che non vengono nemmeno verbalizzate, a fermare riforme importanti come quella di Dublino, a scegliere l’austerity e a decidere l’indegno trattamento subito dal popolo greco, salvo poi scaricare la responsabilità della decisione su fantomatici eurocrati senza nome. Eppure, queste questioni restano sullo sfondo della discussione, anche tra di noi.

Sappiamo fin troppo bene che quella di domenica prossima è considerata una sfida tra la terrificante proposta dei nazionalisti, che puntano a disfare anche i risultati positivi che l’Europa può vantare, lasciandoci tutti più soli, più spaventati è più deboli, ed il mantenimento dello status quo. Sappiamo anche che lo status quo non può bastarci, e che finirebbe soltanto per tradursi in una lenta erosione del sogno europeoServono invece risposte a diversi problemi, a partire dalle differenze tra i regimi fiscali e tra i diritti riconosciuti ai lavoratori nei singoli paesi, che permettono ai diversi stati di dedicarsi ad una vera e propria competizione al ribasso a danno di contribuenti e lavoratori.

Per risolvere questi problemi occorre rilanciare l’idea di Europa, ridurre le diseguaglianze tra i diversi paesi, fissare regole comuni in questi settori che avvicinino le distanze di trattamento e aumentino i diritti dove ce ne sono meno. Il modo per ottenere tutto questo è ricominciare a parlare di Europa e di come vorremmo che fosse, ricominciare a sognare tutti insieme quel sogno europeo, a raccontarlo a chi ci sta intorno non come utopia ma come qualcosa di realizzabile.

E dobbiamo partire da queste elezioni, lavorando per eleggere dei rappresentanti a Bruxelles che condividano quel sogno. Dobbiamo far uscire dalle urne domenica un segnale talmente chiaro a sostegno di un’Europa più giusta, unita, democratica e solidale da rendere impossibile ai governi ignorarlo.

Comunque vada, non basterà il voto. Dovremo, noi che di quel sogno siamo innamorati, continuare a prestare attenzione a quello che succede in Europa, a partecipare, a capire e spiegare come funzionano le sue istituzioni, e a impegnarci  per veder realizzato quello in cui crediamo.

Promettiamoci di farlo tutti insieme. E nel frattempo, buon voto e buona campagna a tutte e tutti.

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