La libertà degli schiavi

Si parla, non senza una certa astuzia, di libertà del lavoratore. Una flessibilità a tutti i costi che nasconde una condizione di sincopato on-off o di perenne on. Basti pensare ai nostri amici rider o a chi è impiegato in una delle numerose cooperative presenti in un supermercato: lavori faticosi, stressanti, soprattutto dal punto di vista della conciliazione familiare. Quella che ci viene spacciata come libertà è una totale mancanza di tutele nei confronti del datore di lavoro.
Ospitiamo l’intervento di Luca Crisafulli, avvocato del foro di Bolzano e collaboratore della Cgil per temi giurisprudenziali, sicurezza, formazione e naturalmente per la difesa di lavoratrici e lavoratori.

Si inizia con la liberalizzazione delle aperture domenicali e festive, si prosegue con il riconoscere la facoltà alle donne in gravidanza di restare al lavoro fino al giorno prima del parto e si finisce con l’aumentare l’orario di lavoro, consentendo straordinari fino a 400 ore all’anno, come appena avvenuto in Ungheria con la recente riforma del codice del lavoro. Il passo è breve.

C’è un comune denominatore: la apparente libertà riconosciuta ai lavoratori stessi. La libertà di decidere autonomamente se lavorare di domenica, se svolgere il proprio servizio fino al nono mese di gravidanza o se lavorare 10 ore al giorno anziché 8. Queste “liberalizzazioni”, dettate dalla esigenza aziendale di incrementare la produttività senza aumentare l’organico e comunque volte ad ottenere dal lavoratore un impegno lavorativo maggiore rispetto a quello “ordinario”, vengono spesso accolte con favore dagli stessi lavoratori “perché chi vuole lavorare di più per avere più soldi adesso può farlo” (parole di Orbán).

Ma siete sicuri che questa sia una libertà effettiva? Lasciare liberi i lavoratori di accettare deroghe ai propri diritti fondamentali, cioè a quei diritti che garantiscono ad ogni prestatore di lavoro una vita “libera e dignitosa” consentendogli di concorrere al “progresso materiale o spirituale della società”, non è forse solo una parvenza di libertà, un’apparenza che in realtà nasconde il giogo sotto il quale il lavoratore dipendente presta la propria attività quotidiana? Il rapporto di lavoro non è equiparabile ad un normale rapporto commerciale. Lo squilibrio esistente tra le parti, sia sul piano economico che del potere contrattuale, rende il lavoratore parte debole del rapporto. Il lavoratore, soprattutto se riveste una qualifica non elevata, ha un contratto precario, arriva da un altro Paese o se è donna (ed a maggior ragione in gravidanza), si trova in una condizione di metus rispetto al proprio datore di lavoro, vive con timore anche laddove si trovi liberamente ad esercitare delle scelte formalmente rimesse alla propria discrezionalità.

Il lavoratore non può essere lasciato solo, in balìa del datore di lavoro, ma va tutelato attraverso limiti e condizioni che, per essere davvero efficaci, devono essere inderogabili. Le tutele dei lavoratori, insomma, non possono essere ridotte o escluse nemmeno per volontà dei lavoratori stessi, devono essere irrinunciabili, perché altrimenti sarebbe facile per il datore di lavoro costringere i propri dipendenti, più o meno esplicitamente, ad accettare deroghe (come ad esempio svolgere 400 ore di straordinari all’anno) pur di essere mantenuti al lavoro, preservati nelle proprie mansioni, assegnati a prestigiosi incarichi o garantiti dei propri diritti fondamentali.
Nei rapporti di lavoro, per garantire davvero libertà e dignità ai lavoratori, bisogna limitarne la libertà.

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