Fiat Dux? Mai

Quando gli operai di Torino dissero, ancora una volta, no a Benito Mussolini. Ottant’anni fa l’inaugurazione dello stabilimento Mirafiori. Cosa accadde quel giorno ce lo ricorda Ilaria Romeo, Archivio Storico Cgil

Il 15 maggio 1939 Benito Mussolini inaugura a Torino il nuovo stabilimento della Fiat Mirafiori per – nelle parole di Giovanni Agnelli – “servire il paese sempre di più e meglio; dare sempre più lavoro alla nostra città, aumentare qualitativamente e quantitativamente la produzione al minor costo possibile”. È la seconda grande fabbrica che gli Agnelli creano nel capoluogo piemontese, dopo l’avveniristico stabilimento del Lingotto, aperto nel 1922 e inaugurato dal re Vittorio Emanuele III.

Mussolini stesso la definirà ‘la fabbrica perfetta del tempo fascista’, uno stabilimento sorto su di un’area di un milione di metri quadri, destinata alla produzione di autoveicoli e motori di aviazione e alla fusione dei metalli, predisposta per accogliere fino a 22.000 operai (una concentrazione allora unica in Italia, tale da suscitare – racconta Giuseppe Berta – le perplessità di Mussolini); fabbricati estesi su una lunghezza di cinquecento metri e una larghezza di settecento su un unico piano di lavorazione; sei chilometri di gallerie sotterranee; rifugi antiaerei per 11.000 persone; intorno, undici chilometri di binari ferroviari e una pista di prova di oltre due chilometri.

La dirigenza della Fiat organizza l’inaugurazione convocando varie decine di migliaia di operai di fronte allo stabilimento: ad ognuno è consegnato un cartellino che il giorno dopo, come ricorda un’operaia, “si doveva andare a presentare a Mirafiori. Chi non andava era assente”. Lungo la fiancata dell’officina principale, al centro della pista a doppio otto per i collaudi, campeggia la scritta Dux, mentre il palco dal quale il duce prende la parola si trova sotto un pilastro ornato da fasci e aquile romane e dall’iscrizione “Mussolini duce dell’Italia fascista fondatore dell’impero, inaugura la nuova Fiat”.  Una coreografia senza eguali ripresa anche dagli operatori dell’Istituto Luce, giunti a Torino per fare della cerimonia “un apposito documentario da proiettare nelle sale”.

Nonostante le attese e gli sforzi organizzativi della macchina mediatica, la cerimonia si rivela un fallimento: Mussolini (è la sua terza visita a Torino: era stato in visita ufficiale in Piemonte per la prima volta sedici anni prima, nel 1923 e vi era poi tornato nel 1925. Dopodiché non si farà più vedere per ben sette anni, tornando soltanto in quelli che altrove in Italia erano davvero gli anni del consenso, nel ‘32, nel ‘34, e per la quinta e ultima volta appunto nel ‘39) arriva con due ore di ritardo e l’accoglienza degli operai è a dir poco gelida. Durante il suo discorso il duce non riceve sufficienti acclamazioni dal pubblico (la direzione Fiat aveva dato istruzioni precise, di battere le mani al suo arrivo e ad ogni pausa del discorso, “invece nessuno ha fatto niente di tutto questo!”, ricorda un’operaia) e decide di lasciare anticipatamente e malamente la cerimonia.

Racconterà anni dopo Giovanni Alasia – tra le altre cose futuro segretario generale della Camera del lavoro di Torino – allora dodicenne: “Nella nostra infanzia – giovinezza, anni 1935, 1938-1939, il Regime fascista era trionfante. Erano gli anni che lo storico De Felice definisce un po’ approssimativamente del “consenso”. Quando poi si gratta al di là delle apparenze c’era anche una forte mormorazione ed un disagio sfociato poi in malcontento […] Nel 1939 la mormorazione e il malcontento erano cresciuti”.

Così Alasia racconta l’inaugurazione della fabbrica: “Arrivò. Lui aveva questo modo di interloquire con il pubblico, «Vi ricordate, camerati, il mio discorso di Pesaro sulla Lira?». In realtà nessuno lo ricordava… «E allora, rileggetelo!!!» Alla sera a Torino raccontavano tutti questa storia. E ridevano tutti. Quando l’ho visto io però non parlava. Veniva giù dal “3 gennaio”. Il 3 gennaio è quel palazzo giallo che vedete ancora adesso […]” (GUARDA IL VIDEO). Il riferimento di Alasia è probabilmente al richiamo, nelle parole di Mussolini, di un suo precedente discorso a Milano (e non a Pesaro).

In un discorso di cinque anni prima nel capoluogo lombardo, il duce aveva promesso agli operai salari equi, case,  lavoro, e addirittura una partecipazione alla gestione delle fabbriche. Invece di ripetere queste promesse, Mussolini si limiterà a dichiarare agli operai di Torino che queste erano sempre valide, proprio come le aveva formulate nel discorso di Milano. Ovviamente nessuno sapeva di cosa stesse parlando, e gli applausi, tanto per cambiare, furono tiepidi. Irritato, Mussolini sbaglia ancora: chiede alla folla se ricordava il discorso di Milano. I più zelanti, per non sbagliare, gridano di sì; ma sono pochi. Allora il duce strilla: «Se non lo ricordate, leggetelo!», e se ne va, seguito da Starace e da un imbarazzato senatore Giovanni Agnelli (sarà la sua ultima volta a Torino: “Sono una massa di infedeli” pare abbia detto Mussolini lasciando la città).

Dianella Gagliani, commentando il volume di Luisa Passerini su Torino operaia e fascismo. Una storia orale (Roma-Bari, Laterza, 1984, pp. 296, lire 24.000) del quale consigliamo la lettura, sottolineerà proprio “il piacere della maggioranza degli intervistati di raccontare la visita di Mussolini a Mirafiori del 15 maggio 1939, che nella memoria operaia acquista il significato di un riscatto che anticipa e si collega con la lotta di Resistenza. La rottura dello schema dialogico mussoliniano, con il non esprimere coralmente quel “sì” imposto dalla classica domanda retorica “Ricordate il discorso di Milano?”, è interpretata dai testimoni come “espressione collettiva di dissenso”.

Dissenso che diventerà palese qualche anno dopo. Il 5 marzo 1943 gli operai della Fiat Mirafiori di Torino fermano le macchine. Rivendicano il pagamento per tutti dell’indennità di sfollamento (192 ore di straordinario) e quella per il caro-vita, ma invocano anche la fine della guerra al grido “Vogliamo vivere in pace”.

È la miccia che darà fuoco alla grande ribellione operaia in tutte le fabbriche del Nord, passata alla storia “il primo atto di resistenza di massa di un popolo assoggettato a un regime fascista autoctono” nella definizione che degli scioperi del marzo del ’43 darà lo storico inglese Tim Mason.

Ma questa  è un’altra storia che non mancheremo di raccontare…

1 Comment

  1. Ilaria, Alasia ricordava bene: “il discorso sulla lira” di Mussolini è famoso e avvenne appunto a Pesaro, nel 1926. Famoso perché Mussolini lanciò là l’obiettivo di “quota 90” come rapporto di cambio tra la sterlina e la lira, che continuava a svalutarsi. L’obiettivo fu raggiunto con una politica deflativa rovinosa, pagata soprattutto dai lavoratori. Ma a Mussolini interessava che l’Italia e la lira italiana stessero “all’onor del mondo”. Quel discorso, per certi aspetti delirante, mi viene spesso in mente in questi giorni, come anticipatore per i nostri “sovranisti”, che pretendono di stare sui mercati scavalcandoli però con la volontà politica. Vale la pena di ricordarlo ricordandone i prezzi; anche per l’oggi.

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