Andavo a 100 all’ora

Il 15 maggio del 1939 si inaugurava lo stabilimento Fiat di Mirafiori. Da allora molte cose non sono le stesse, perché le fabbriche sono organismi vivi che cambiano un po’ ogni giorno. Per raccontare un pezzetto di questa storia abbiamo chiesto a Nina Leone, delegata sindacale della Fiom, di aprire il suo album dei ricordi.

Ottant’anni fa, quando Mussolini venne a inaugurare la fabbrica, i lavoratori torinesi erano stanchi delle promesse e della propaganda fascista e non si lasciarono abbindolare. Oggi se venisse Salvini a tenere un comizio, temo troverebbe operai più impreparati, perché in molti non hanno ancora capito a cosa il nostro Paese rischia di andare incontro. Qui a Mirafiori, lo scorso anno, in tanti hanno votato Lega. Molti sono stati abbagliati dalle promesse sulle pensioni perché dopo i 57/58 anni il ritmo alla linea diventa sempre più difficile da mantenere.

Ho iniziato a lavorare per la Fiat nel 1988, esattamente 31 anni fa. Ho indossato la tuta blu della Lancia di Chivasso quando si produceva la Delta integrale 16V. Erano gli anni in cui Gianni Agnelli era il padrone, ma i miei colleghi avevano già conquistato importanti diritti di cui io ho potuto godere fin dal primo giorno.

Ero una ragazza che arrivava dalla Puglia, da Minervino Murge, giunta a Torino con piccole esperienze nel tessile. Ma in Piemonte il settore era formato da piccole aziende che non offrivano impiego stabile. Lavorare in Fiat rappresentava ancora una certezza. E quando mi presero fui tanto felice.

A Mirafiori opero dal 1991 e naturalmente (!) ho partecipato a decine di scioperi. Il mio primo in assoluto fu per un motivo politico: la scala mobile. Ma in seguito incrociammo le braccia soprattutto per difendere i nostri diritti.
Ricordo i 18 giorni di sciopero a scacchiera contro la Tmc-2 (Tempi dei movimenti collegati – seconda versione, ndr), uno dei modelli cronotecnici preposti alla quantificazione dei tempi d’esecuzione delle mansioni operaie nella produzione di serie. Ma soprattutto non dimenticherò mai la prima volta che vidi Mirafiori completamente vuota: ci fermammo in solidarietà con alcuni nostri colleghi che erano stati assunti a tempo determinato e poi lasciati a casa. Ci battemmo per la loro assunzione, finì male, ma sono certa che quei ragazzi si ricordino ancora bene di quei giorni e della passione che ci animava.

Nel 2002 arrivarono le lettere che annunciavano la cassa integrazione a zero ore, le cose in Fiat non andavano bene e le frizioni con la proprietà non furono poche. Poi arrivò Marchionne, inizialmente si dimostrò interessato ai problemi dei lavoratori per poi diventare l’uomo capace di escludere la Fiom dai tavoli con la Fiat.

Oggi monto dischi e pinze freno sulle nuove Maserati Levante. Non sono mai riuscita a comprare nessuna delle auto che ho contribuito a produrre: il mio salario non me lo permette, ma ho sempre guidato Fiat. Per me e i miei colleghi una certezza. Le altre certezze, quelle che sentivo dentro nei primi anni in fabbrica, stanno svanendo. Il corpo inizia a sentire i segni dell’usura. E per quanto possa sembrare assurdo, la continua alternanza tra straordinari e cassa integrazione diventa ancora più stressante, perché è ancora più difficile acquisire il ritmo della linea.
I giovani che entrano in fabbrica sono sempre meno e vengono assunti con il Jobs Act. Per loro ogni giorno è una prova, perché la lettera di licenziamento potrebbe arrivare in qualsiasi momento.

La nostra più grande paura? Vedere Mirafiori fare la fine del Lingotto. Qualcuno qui ogni tanto lo dice e la prospettiva fa tremare i polsi: vedrai che tanto diventerà un grande centro commerciale. E in effetti manca poco.
Solo a Torino una volta eravamo oltre sessantamila operai. Oggi siamo rimasti poco più di un quinto.

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