Peppino, la rabbia e l’amore

Il 9 maggio 1978 Peppino Impastato venne assassinato. Aveva trent’anni vissuti con coraggio, ironia e consapevolezza politica. La mafia lo volle morto. Peppino era un resistente, proprio come i giovani che questo pomeriggio manifestano in Sicilia. Proprio come noi.

Peppino Impastato aveva solo trent’anni quando venne ucciso. Li aveva vissuti tutti con coraggio. Nella sua Cinisi il padrone era don Tano Seduto. Del boss Gaetano Badalamenti tutti avevano paura. Peppino no. Peppino, a trent’anni, resisteva e lottava. Lo faceva dalle frequenze libere e irriverenti di RadioAut in un’Onda pazza che denunciava le mirabolanti e mafiosissime gesta del clan e svelava gli intrecci tra criminalità organizzata e potere politico. Era nato in una famiglia mafiosa e cento passi separavano la sua casa da quella di don Tano, ma né la storia della sua famiglia né il peso di quella vicinanza minacciosa gli impedirono mai di raccontare, di denunciare e di impegnarsi per cambiare e rovesciare il destino della sua Sicilia.

A trent’anni Peppino Impastato era la rabbia e l’amore, la passione politica e la voglia di ribellione. Lo ridussero a brandelli, ne fecero esplodere il corpo vicino alla ferrovia tentando di dissimulare l’omicidio. Era morto Peppino, ma – si cercò di dire – perché aveva cercato di far esplodere un ordigno. Era un estremista, Peppino. La prova? Era iscritto, persino candidato, con Democrazia Proletaria. Eh no, proprio no. Peppino – coraggioso, ironico, spiazzante, impegnato, resistente e rivoluzionario come solo un giovane può essere – era stato assassinato dalla mafia. Furono gli amici a trovarne e ricomporne il corpo un pezzetto alla volta e a rivendicare il diritto alla verità e alla giustizia. Fu una lunga ed estenuante lotta. Ci vollero 24 anni perché don Tano Seduto venisse riconosciuto come il mandante dell’omicidio. 24. Capito?

Oggi di anni dall’assassinio di Peppino Impastato ne sono trascorsi 41. E oggi, come ogni anno, lui viene ricordato con un corteo che si snoda da Terrasini a Cinisi, da
RadioAut alla Casa della Memoria. Ad abbracciarlo e a tenerne stretto il testimone un giovane giornalista come Paolo Borrometi, ripetutamente minacciato di morte dai capimafia per le sue inchieste; Mimmo Lucano, anima di Riace e resistente simbolo di accoglienza; Maurizio Landini e Giuseppe Massafra, con la Cgil. Ma soprattutto ci sono i ragazzi, gli studenti, quelli che nel 1978 non erano nati e che adesso, come Peppino allora, ci mettono la rabbia e l’amore. Adesso, ancora, perché ne abbiamo bisogno. Forse persino più di ieri. Perché se c’è chi ha saputo contrapporre la resistenza partigiana e la Liberazione del 25 Aprile alla lotta contro la criminalità organizzata va ricordato sempre che la mafia ha ucciso chi contro il fascismo si era battuto. Peppino era nato il 5 gennaio 1948. La guerra era alle spalle, l’Italia era ormai una Repubblica democratica. Ma a quelli che dicono: “hey, la Resistenza era già finita”. Noi rispondiamo: no, la Resistenza non è mai finita. E Peppino era un resistente, proprio come i giovani che questo pomeriggio manifestano in Sicilia. Proprio come noi.

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