Quer Pasticciaccio Brutto del Salone del Libro di Torino

Cedere alla tentazione di assegnare spazi a chi fa dell’apologia del fascismo il suo tratto distintivo, non è libertà. È un errore. Se ci chiedete di abdicare alla storia e seppellire la memoria, non possiamo seguirvi. Un contributo di Elena Ferro, Slc Cgil Piemonte

Tempi strani i nostri. Si sollevano braccia con angoli a 135° nelle pubbliche piazze, si aggrediscono donne e migranti in modo brutale e poi si giustificano come ragazzate, si agisce la propaganda in forme subdole eppure così evidenti. Ci spiegano che no, non c’è nessun rischio di fascismo, non ancora.
Non ancora?

Ho acquistato uno dei miei primi libri per poche lire al Balon, il mercato delle pulci di Torino. Avevo circa tredici anni e il libro era Lettere dei condannati a morte della Resistenza, pubblicato da Einaudi.
Sulla prima pagina ingiallita campeggiava il timbro del Comune di Torino, la città dove sono nata e cresciuta. Qualche anno prima veniva distribuito nelle scuole, come documento storico di immenso valore culturale a testimonianza dei delitti e dell’orrore che il regime fascista ha perpetrato.
Crescendo mi sono affezionata a quell’aria intellettual operaia che si respirava a Torino e che forse ha permesso che la nostra città diventasse la sede della più importante kermesse culturale italiana dedicata al libro, il Salone del Libro. Patrimonio non solo dei torinesi, oggi è al centro di pesanti polemiche per una scelta, inopinata, che fa discutere. Giustamente.

Una casa editrice di cui nessuno conosceva il nome, Altaforte, vicina a Casapound, viene inserita nell’offerta culturale del Salone. Il suo direttore editoriale sostiene apertamente che «Mussolini è stato il miglior statista», oppure «Sono fascista, il vero male è l’antifascismo». Cosa c’entra con la storia democratica della nostra città? Succede nel centenario della nascita di Primo Levi, torinese, cui il Salone stesso dedica un omaggio e che è uno dei testimoni dell’abominio che è stato il fascismo.
Se ci chiedete di abdicare alla storia, o seppellire la memoria, non possiamo seguirvi. La nostalgia è un brutto affare. Si infila nelle pieghe del quotidiano, lasciate vuote da contenuti che non circolano più o si danno per scontati, diventa la cifra attraverso cui ci misuriamo con un presente difficile da digerire.
La nostalgia va curata con la memoria, la conoscenza della nostra storia, con ciò che non risponde all’odio con l’odio ma con la cultura e la conoscenza. Per non perdere quell’identità collettiva che ci viene dalla Resistenza e che si rappresenta e ci rappresenta dinnanzi al mondo in occasioni importanti come un Salone del Libro.

Il nostro sindacato, le associazioni democratiche, gli artisti, gli intellettuali che hanno sollevato il tema della presenza dello stand Altaforte al Salone del libro, hanno testimoniato con forza questa esigenza. Abbiamo invitato ciascuno a non abdicare al compito di sentinella, nemmeno quando passa il tempo, nemmeno quando la memoria rischia di scomparire dietro la superficie di un pensiero libero solo apparentemente, che piuttosto vuole imprigionarci, come è già successo, blandendoci con immagini ripulite e presentabili del potere deteriore, sia esso politico, economico o sociale. La presenza della casa editrice legata a Casapound al Salone del Libro ha scosso le coscienze, aperto la discussione, risollevato il tema della legittimazione di un pensiero politico legato al ventennio che ha portato il nostro paese verso la guerra, la distruzione, l’abominio.

La più grande kermesse culturale del paese non si meritava questo palcoscenico. In questi anni ha avuto il compito di affermare il ruolo buono della cultura, la trasmissione di valori, principi, conoscenze di un pensiero democratico che agisce nel quotidiano in ragione di una forza che arriva da 74 anni di storia repubblicana. La scelta alla chetichella, poi smascherata, di ospitare una casa editrice che fa dei valori del fascismo il suo tratto distintivo e in qualche modo lo legittima, dimostra che questa facoltà di discernimento è andata perduta. Così come la distinzione tra cultura e propaganda, che l’ombra del MinCulPop ha oscurato, per molto tempo.
Così una piccola casa editrice, di cui mai avevamo sentito parlare, si ricostruisce una verginità pubblicando un libro che sorride al potere. Ce ne sono tante. Ma è un peccato che una traccia se volete minuscola della marea nera sotterranea che di tanto in tanto carsicamente riaffiora sia apparsa proprio al Salone del Libro, nato, cresciuto e difeso dai cittadini di una Torino medaglia d’oro della Resistenza.

Una traccia che ci ha fatto riflettere un po’ più a fondo sul ruolo della comunicazione e della produzione culturale nell’Italia della fruizione on demand e del consumo bulimico di contenuti, talmente rapido che spesso ne perdiamo i contorni. Cedere alla tentazione di assegnare spazi a chi fa dell’apologia del fascismo il suo tratto distintivo, non è libertà. È un errore che va recuperato al più presto, fuori dalle polemiche. Bene ha fatto la CGIL a sottolinearlo e le Istituzioni democratiche, Comune di Torino e Regione Piemonte, a denunciare l’editore per il reato di apologia del fascismo.
«Il fascismo non è un’idea, il fascismo è un crimine e lo dobbiamo ricordare sempre», dice Maurizio Landini. Anche questo è un servizio alla memoria.

Considero sbagliato disertare il Salone del Libro per protesta. Vi lavorano molte persone che la SLC CGIL, il sindacato in cui milito, rappresenta. Esse sperano, investono, scommettono sulla ripresa dell’industria culturale e del mercato editoriale in Italia perché in esso profondono i loro quotidiani sforzi e ad esso guardano per difendere i propri salari e la propria professionalità in un mercato sempre più spietato. Vale la pena fare un passo avanti. Facciamo che il prossimo anno il Salone diventi non solo la casa della Cultura, ma la casa dei Diritti di coloro che nel settore della produzione e fruizione culturale lavorano. Anche questo è un servizio alla memoria. Quando c’era lui il sindacato e la libertà di associarsi non c’era. Vale la pena di ricordarlo. Sogno un Salone del Libro che metta al centro la cultura e i diritti di chi la produce, che selezioni la partecipazione delle case editrici sulla base del rispetto della Costituzione, cui ciascuno di noi è chiamato, ma anche attraverso la qualità del lavoro di coloro che quel Salone fanno vivere. Dunque abbiamo fatto bene a non tacere. La libertà è un patrimonio comune. Prima tra tutte la libertà di ricordare e testimoniare la storia.
Non c’è cultura senza libertà e non c’è libertà fuori dalla democrazia e dai diritti.

La parola ora passa al Salone del Libro. Difenda il valore della cultura democratica del nostro paese, impedisca che da uno stand della più grande kermesse culturale si possa sbeffeggiare il sacrificio dei tanti perché molti potessero vivere, scrivere, esprimere le loro opinioni senza rimembrar i tempi bui che siamo impegnati a non veder tornare, mai più.

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