Futurologico

A Matera si conclude oggi la due giorni di Cgil, Cisl e Uil dedicata all’Europa, al lavoro, alla cultura, alla cultura del lavoro. Inviata speciale la nostra Lara Ghiglione.

Per gli sc(h)emini della settimana: un grembiulino non fa scuola.

Con un estratto della relazione introduttiva del segretario generale Cgil Maurizio Landini.

Gli sc(h)emini della rubrica Futurologico nascono da un’idea della segretaria generale della Cgil la Spezia Lara Ghiglione e arricchiscono settimanalmente il nostro blog. Grazie Lara!

La nostra Europa. La cultura, il lavoro. La cultura del lavoro.

Dalla relazione introduttiva del segretario generale Cgil Maurizio Landini

(…) C’è un’altra questione assai rilevante alla quale però si presta scarsa attenzione ed è marginale nella discussione pubblica. Vale la pena ricordare, infatti, come ha dimostrato un lavoro approfondito dello studioso Pietro Greco, che nel 2000 a Lisbona si stabilì, tra le altre cose, che entro il 2010 si sarebbe dovuto raggiungere in Europa il 3% nell’investimento in rapporto al PIL nella ricerca e nella cultura. Ciò avrebbe consentito all’Europa di entrare a pieno titolo nella cosiddetta società della conoscenza. Grandi investimenti su scala europea, quindi, nelle nuove tecnologie della comunicazione, nelle infrastrutture immateriali, nei sistemi formativi e universitari, nella ricerca di base.

A dieci anni di distanza dalla carta di Lisbona è bene trarre un bilancio. Un bilancio utile per capire cosa è avvenuto e utile per capire cosa cambiare e verso dove cambiare. Il 2010, quindi, avrebbe dovuto essere l’anno del primato europeo nella società della conoscenza. In realtà le cose sono andate diversamente. Il 3% è un numero che ha dominato il dibattito di questi ultimi venti anni. A Maastricht è diventata la soglia insuperabile del deficit in rapporto al PIL. Con il piano Delors, invece quello era l’obiettivo da raggiungere nell’investimento in ricerca, appunto entro il 2010. Il 3% del debito è stato seguito con determinazione, a volte spietata come nel caso greco, e ha prodotto disunione tra i paesi e profonde lacerazioni sociali. Invece per ciò che riguarda l’obiettivo del 3% di investimenti nella conoscenza non solo non è stato raggiunto l’obiettivo ma si è addirittura andati indietro. Per la prima volta l’intensità di investimento in ricerca in Europa si colloca al di sotto della media mondiale che si attesta attorno al 1,9%. E’ importante rilevare che questo dato coincide con l’intensità di investimento dell’Asia. Questo vuol dire che la vera novità di questi anni è stato l’incredibile sviluppo della ricerca in Asia che per la prima volta supera l’Europa. Anche qui, proviamo ad andare più a fondo. Questo dato non è del tutto omogeneo. Vi sono paesi come la Germania che hanno investito e investono in ricerca e cultura, mentre si riscontra un arretramento molto consistente nei paesi dell’area mediterranea. Ma questo elemento è una ulteriore prova che in questi anni non vi è stato un Governo unitario, politico, dei processi e dei fattori economico sociali. Non è possibile, infatti, raggiungere l’obiettivo stabilito a Lisbona facendo affidamento su 27 politiche nazionali diverse. E infatti: solo il 5% della spesa complessiva in conoscenza e cultura è gestito direttamente da Bruxelles, il resto è affidato ai singoli Governi europei. Questo vuol dire che il 95% delle decisioni di spesa in ricerca vengono prese da singoli paesi, spesso senza alcun coordinamento tra loro. Questo arretramento è stato particolarmente consistente nel nostro paese, dove, in particolare gli ultimi venti anni, sono stati disastrosi per la ricerca, la cultura, l’innovazione. Per diverse ragioni. Ce ne sono due in particolare e sono quelle che hanno avuto l’impatto maggiore. In primo luogo la costante riduzione dei finanziamenti che ha colpito il complesso delle attività culturali e di ricerca: dall’università agli enti di ricerca, dai beni culturali allo spettacolo. E, contestualmente, vi è stato un enorme proliferare di leggi e norme. Tanto per fare un esempio: ogni legislatura ha tentato una nuova riforma dell’università degli enti di ricerca e della scuola. Il tratto comune di queste norme è quello di non aver affrontato nessuno dei problemi strutturali del sistema formativo: le disuguaglianze nell’accesso, una riforma seria dei cicli, la formazione permanente, solo per citarne alcuni.

In secondo luogo, alla debolezza della politica nel campo della ricerca, dell’innovazione, si è aggiunto il ripiegamento del capitalismo italiano. Questo ripiegamento ha avuto due caratteristiche: da un lato la crisi della grandi aziende e la dismissione dei grandi laboratori di ricerca delle aziende pubbliche. Questi grandi laboratori hanno rappresentato per decenni un potente strumento di trasferimento tecnologico tra scienza e impresa. Da quando sono stati smantellati si è fatto solo un gran parlare di trasferimento tecnologico e di società della conoscenza, senza però realizzarli davvero. D’altro lato vi è stata una corsa del capitalismo italiano verso la rendita immobiliare e verso i monopoli pubblici. Non ha fatto grande scalpore all’epoca (stiamo parlando della metà degli anni ‘90) un fatto emblematico: la Pirelli vende i brevetti sulla fibra ottica e al contempo crea uno dei primi fondi immobiliari in Italia. Una fuga dall’innovazione e un rifugio nella rendita immobiliare. Inoltre alcuni grandi gruppi si sono rifugiati in monopoli pubblici. Benetton nelle autostrade, Romiti negli aeroporti, Caltagirone negli acquedotti. La bassa produttività italiana è stata determinata, in realtà, da questi processi. Pochi hanno messo in evidenza che mentre si faceva grande retorica sulla società della conoscenza, nella realtà vinceva la componente più vecchia dell’economia italiana: la rendita immobiliare. (…)

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