Metti una sera a cena

Un gruppo di ragazze e ragazzi si ritrova alla vigilia del Primo Maggio. Sono giovani lavoratori italiani all’estero ma se decidessero di tornare tutti? Dal blog dell’Associazione Itaca la riflessione di Alessandra Giannessi, trent’anni, in Belgio da sei.

Metti una sera a cena, in una normale pizzeria di una normale provincia italiana, un gruppo di ragazze e ragazzi che si ritrovano dopo un po’ di tempo. Parlano, parlano molto e – di tanto in tanto – con toni più alti di quelli che in genere gli avventori di una pizzeria in un tranquillo sabato sera gradirebbero intendere dai propri vicini di tavolo. Hanno diverse cose in comune, questi ragazzi. Innanzitutto, le origini: sono tutti nati e cresciuti in Italia, nella stessa città. Poi, l’età: hanno tutti all’incirca trent’anni.

E c’è soprattutto altro che li accomuna: quasi nessuno di loro lavora nella propria città o nel proprio Paese di origine. Tutti – chi prima e chi dopo, chi per lungo tempo e chi per periodi più brevi – hanno lasciato la città in cui sono nati e cresciuti per andare a cercare altrove qualcosa che lì non avevano trovato: un’opportunità. Qualcuno si è trasferito in un’altra città, perché era l’unica possibilità di ricevere una borsa di studio per il dottorato. O per un tirocinio, per arricchire il proprio bagaglio culturale e di vita, certo, ma anche “perché, si sa, di questi tempi se non parli almeno l’inglese e non hai un’esperienza all’estero sul curriculum, non ti assume nessuno”. Si sa.Qualcuno è partito, “semplicemente”, per cercare un lavoro. Un qualsiasi lavoro.Qualcuno vorrebbe tornare e cercare di costruirsi un futuro proprio lì, dove è nato e cresciuto e dove vorrebbe proprio rimanere. Trovando un lavoro, magari un lavoro dignitoso, magari un lavoro equamente retribuito, magari un lavoro tutelato. E anche chi non sa se tornare o meno, una cosa la sa di certo: di non essere affatto sicuro di poterlo fare, se pure volesse.

Metti una sera a cena, in una normale pizzeria di una normale provincia italiana, un gruppo di ragazze e ragazzi che si ritrovano dopo un po’ di tempo. Mancano pochi giorni al 1°maggio, la Festa dei Lavoratori, e questi ragazzi parlano di presente, di futuro, della società che vorrebbero e che ognuno, a suo modo e secondo le proprie possibilità, sta provando a costruire. Parlano di diritti e di lavoro. E mentre parlano di lavoro a qualcuno scappa detto che beh, in fondo è anche normale che il lavoro non sia sempre pagato. Le reazioni di spontaneo sgomento e indignazione degli interlocutori non si lasciano attendere: – ma che dici!, no che non è normale!, si parla di lavoro: si parla di sopravvivenza, di dignità, di equità, di giustizia sociale, di tutele, di diritti, di diritti, di diritti. Di lavoro e diritti, accidenti!

Potete sentirlo facilmente, il coro di proteste accorate che si levano dal tavolino di quella normale pizzeria. Ma in mezzo a quell’appassionato e caotico frastuono di rivendicazioni collettive, ci sono delle pause. Perché si stanno facendo tutti la stessa domanda. Com’è possibile che a uno di noi – a uno di noi! – oggi, sembri del tutto normale, quasi giusto, quasi naturale che il lavoro non venga sempre retribuito? Com’è possibile, cos’è successo? Questi ragazzi – forse anche solo in cuor loro – lo sanno cos’è successo. Affermazioni simili le hanno sentite altrove, per strada, al bar, proprio sul posto di lavoro, le hanno lette addirittura su un giornale o ascoltate direttamente dalla bocca di un qualche Ministro.

Magari è successo che qualcuno stia provando a cambiare la percezione che hanno di loro stessi e dei propri diritti. Magari è successo che – approfittando degli anni di crisi – abbiano provato a convincerli che in nome dell’austerità ogni abuso sia concesso, imperativo, naturale: anche, appunto, la delegittimazione del sacrosanto diritto a vedere retribuito il proprio lavoro. Magari è successo che la precarizzazione sfrenata sia stata mascherata da “flessibilità” (coi part-time e voucher e zero-hours e mini-job camuffati da “opportunità” accattivanti e colorate) e la mancanza di posti di lavoro spacciata per “pigrizia” o “incontentabilità” di questi giovani così choosy e fannulloni: e allora questi giovani, se un lavoro alla fine non lo trovano, in effetti è solo colpa loro…

Magari è successo che qualcuno abbia insistito a parlare ossessivamente e ottusamente di “fuga dei cervelli” a quelle centinaia di migliaia di ragazze e ragazzi che, ogni anno, si sono visti costretti a lasciare l’Italia per finire a fare i baristi sottopagati a Londra, i lavapiatti sfruttati a Berlino, i riders precari o gli stagisti non rimborsati a Bruxelles. Magari è successo che queste ragazze e ragazzi abbiano finito con l’avere la sensazione che il proprio Paese si sia, tutto sommato, soltanto tolto un gran peso. Perché magari anche un Ministro della Repubblica -sentite, sentite che assurdità!-, magari proprio un Ministro del Lavoro, ha detto che l’Italia non avrebbe sofferto “a non averli tra i piedi”.

Un’idea strampalata pensare di sentirsi indesiderati, no? Perché, chiedetevelo: che succederebbe, se tutte queste ragazze e ragazzi tornassero? Sarebbero accolti a braccia aperte, da quel loro Paese che criminalizza l’accoglienza nei confronti di altri uomini e donne che cercano proprio lì una speranza di un futuro migliore? Sarebbero sostenuti, tutelati e aiutati da quel loro Paese che ha massacrato il mondo del lavoro e attacca quotidianamente proprio le organizzazioni che difendono i diritti dei lavoratori? Sarebbero supportati e incoraggiati da quel loro Paese, dove la nuova misura di sostegno al reddito e inclusione sociale prevede, tra i requisiti per l’accesso, la residenza in Italia per 10 anni, di cui gli ultimi due continuativi – escludendo dunque anche le ragazze e i ragazzi che si sono recentemente trasferiti all’estero? Ecco: magari.

Forse, allora, quel timore, quell’impressione di essere “indesiderati”, non è poi così strampalata. Forse, semplicemente, è questa la verità. E, se a chi scrive una storia così piena di dubbi è concesso di citare uno degli intellettuali più lucidi che quel nostro Paese abbia avuto, la verità è rivoluzionaria. Ma se chiedeste a quelle ragazze e a quei ragazzi – se ci chiedeste qual è, oggi, la nostra verità, noi sapremmo perfettamente come rispondervi: vi risponderemmo che noi, un Paese e un mondo che creano opportunità invece di toglierle, che garantiscono e ampliano diritti invece di abolirli, che costruiscono ponti invece di chiudere porti, che conferiscono dignità alle persone, ai lavoratori e alle lavoratrici, anziché negargliela – ecco, noi e tutti quelli che sono venuti e verranno dopo di noi, quel Paese e quel mondo ce li meritiamo proprio. E faremo di tutto per realizzarli.

ITACA è un’associazione senza scopo di lucro, con sede a Bruxelles, crocevia di relazioni, esperienze e sede di istituzioni legate ai temi delle migrazioni e della mobilità transnazionale. Nasce per stimolo e volontà di un gruppo di italiane e italiani (residenti in Belgio, in Italia e all’estero) che hanno fatto dell’assistenza ai migranti e ai lavoratori la propria vita –professionale, culturale e umana.

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