I rider e il senso del 1 maggio

È un primo maggio di protesta per i tanti che rivendicano un lavoro dignitoso. In piazza anche i rider. Con loro il sindacato che guarda a un’Europa più giusta. Ospitiamo l’intervento di Tania Scacchetti, segretaria nazionale della Cgil

“Spezza il tuo bisogno e la tua paura di essere schiavo, il pane è libertà, la libertà è pane.” Sono i versi di un dirigente del sindacalismo statunitense, Albert Parsons che Luciano Lama indicava per richiamare una delle definizioni che considerava “più pure ed universali” del significato del Primo Maggio.
Le parole, che Parson pronunciò nel 1886 davanti al tribunale che lo condannava all’impiccagione per aver organizzato il movimento per le 8 ore, racchiudono infatti il significato, il senso più profondo di una celebrazione che è tutt’altro che una Festa, ma l’occasione per ribadire la funzione e il valore sociale del lavoro, le lotte per l’emancipazione, le lotte contro lo sfruttamento.

Negli ultimi mesi manifestazioni, flash mob, ricorsi giudiziari, sentenze, gravi infortuni hanno acceso i riflettori sulle condizioni di lavoro in un mondo, quello dei ciclofattorini che consegnano cibo, noti come rider, ignorato da molti, utilizzato da tanti.
Un mondo che in realtà va molto oltre la figura dei soli rider e riguarda la maggior parte del lavoro della gig economy, l’economia dei ‘lavoretti’ che siccome sarebbero appunto tali allora nel sentire comune rischiano di valere meno, si possono fare in alcuni casi casi anche gratis, non sono considerati alla stregua di un lavoro vero.

Ma chi sono i rider? Tante persone diverse, persone che lavorano per poche ore alla settimana e solo in alcuni periodi, persone che hanno perso il lavoro e faticano a reinserirsi nel mercato del lavoro tradizionale e che lavorano tantissime ore alla settimana, italiani e stranieri, giovanissimi e meno giovani.
Accomunati dal fatto di avere pochi o nulli diritti e molti doveri.
È l’ennesima frontiera del precariato, di un lavoro considerato autonomo o occasionale, con fortissime caratteristiche di dipendenza (chi decide infatti dopo aver ricevuto la disponibilità turni, numero di consegne, tragitti è l’azienda) in cui quasi sempre si lavora a cottimo, non si hanno adeguate coperture per infortuni e malattia, non si ha diritto a riposo, ferie, permessi.
Un lavoro nella ‘nuova’ economia digitale, che pone domande e bisogni nuovi, il ruolo e il governo degli algoritmi, il sistema di ranking, il diritto a disconnettersi senza perdere il lavoro, il rispetto della privacy rispetto a strumenti di controllo che monitorano tempi e modi della prestazione.

Ma davvero dobbiamo riconoscere tutti questi diritti a chi fa questo lavoro per poche ore a settimana?
Ma in fondo tutti da giovani abbiamo fatto qualche lavoretto in nero, ma in fondo non è pensabile che possano essere pagati troppo perché allora sarebbe antieconomico farsi portare la pizza, il cinese, il cibo a casa o in ufficio a qualunque ora!!!
Quante volte lo abbiamo sentito dire, quante volte lo sentiremo ancora dire?
Un anno fa il Ministro Di Maio, appena insediato al Ministero del lavoro, aveva promesso ai rider un intervento legislativo per riconoscere loro i diritti negati.
Poi si è aperto un tavolo di confronto con sindacati, associazioni datoriali, aziende e rider per trovare le condizioni per fare un accordo.
È passato un anno, non è ancora successo niente e possiamo dirlo con serenità non per responsabilità delle parti sociali.
Ci siamo confrontati con imprese che hanno avuto atteggiamenti miopi, a volte inaccettabili rispetto alle possibili mediazioni che sono state discusse. L’intervento legislativo viene ciclicamente promesso, e comunque rischia di non essere risolutivo senza che si apra una discussione che riconosca anche all’interno dei contratti nazionali di lavoro, le tutele e i diritti applicabili anche a questi lavoratori, indipendentemente dalla natura giuridica del rapporto di lavoro.

Le vertenze aumentano, in tutta Europa questo è un tema di cui si discute.
Il sindacato si sta organizzando e sta recuperando nella rappresentanza di questi lavoratori che non conoscono o forse non sempre riconoscono il sindacato confederale come uno strumento di aggregazione e di rivendicazione collettiva per le loro istanze.
Europa, lavoro, stato sociale sono i temi a cui Cgil, Cisl e Uil hanno dedicato il primo maggio di quest’anno.
Il nuovo lavoro ha bisogno di rappresentanza, di diritti e tutele, di essere riconosciuto come un lavoro.
Ha bisogno della solidarietà degli altri lavoratori, ha bisogno di uscire dalla logica dello sfruttamento per tornare a essere un lavoro dignitoso.
I rider protestano per avere diritti a un compenso dignitoso, alla salute e sicurezza sul lavoro, per i diritti sindacali, per le tutele normative, per i diritti previdenziali.

Il senso del primo maggio è nella lotta per l’emancipazione e per il diritto a un lavoro dignitoso, per questo il sindacato non può che essere a fianco a loro in queste rivendicazioni, così come queste rivendicazioni non possono che essere le rivendicazioni di un sindacato confederale.
Non solo per i diritti dei rider, ma per affermare qualcosa che vale per tutti.
Che non bisogna accontentarsi di avere un lavoro, che bisogna lottare perché il lavoro sia dignitoso, giustamente retribuito, con diritti.

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