Amerigo

Un brano di Francesco Guccini racconta di quando eravamo noi ad attraversare il mare in cerca di un futuro migliore.
Amerigo narra la storia del fratello del nonno, il prozio Enrico, detto Chicon, emigrato negli USA nei primi anni del ‘900 in cerca di lavoro, prima a New York, poi nelle miniere in Pennsylvania, Arkansas, Texas, Missouri

E Pàvana un ricordo lasciata tra i castagni dell’Appennino,
l’inglese un suono strano che lo feriva al cuore come un coltello.

In tutta la canzone – che Guccini considera una delle sue più belle – si confrontano due Americhe, quella di sudore e di antracite del prozio, e quella di Life e Paperino che aveva in mente il giovane cantautore.

Probabilmente uscì chiudendo dietro a sé la porta verde.
Qualcuno si era alzato a preparargli in fretta un caffè d’orzo.
Non so se si girò, non era il tipo d’uomo che si perde
in nostalgie da ricchi, e andò per la sua strada senza sforzo.

Quand’io l’ho conosciuto, o inizio a ricordarlo, era già vecchio,
o così a me sembrava, ma allora non andavo ancora a scuola;
colpiva il cranio raso e un misterioso e strano suo apparecchio:

un cinto d’ernia che sembrava una fondina per la pistola,
ma quel mattino aveva il viso dei vent’anni, senza rughe
e rabbia ed avventura, e ancora vaghe idee di socialismo.
Parole dure al padre e dietro tradizione di fame e fughe
e per il suo lavoro, quello che schianta e uccide: il fatalismo.

Ma quel mattino aveva quel sentimento nuovo per casa e madre
e per scacciarlo aveva in corpo il primo vino di una cantina,
e già sentiva in faccia l’odore d’olio e mare che fa Le Havre
e già sentiva in bocca l’odore della polvere della mina.

L’America era allora, per me i G.I. di Roosvelt, la quinta armata;
l’America era Atlantide, l’America era il cuore, era il destino;
l’America era Life, sorrisi e denti bianchi su patinata;
l’America era il mondo sognante e misterioso di Paperino;

l’America era allora per me provincia dolce, mondo di pace,
perduto un paradiso, malinconia sottile, nevrosi lenta,
e Gunga-Din e Ringo, gli eroi di Casablanca e di Fort Apache,
un sogno lungo il suono continuo ed ossessivo che fa il Limentra.

Non so come la vide quando la nave offrì New York vicino:
dei grattacieli il bosco, città di feci e strade, urla, castello!
E Pàvana un ricordo lasciata tra i castagni dell’Appennino,
l’inglese un suono strano che lo feriva al cuore come un coltello.

E fu lavoro e sangue, e fu fatica uguale mattino e sera,
per anni da prigione, di birra e di puttane, di giorni duri,
di negri ed irlandesi, polacchi ed italiani, nella miniera
sudore d’antracite, in Pennsylvania, Arkansas, Tex, Missouri.

Tornò come fan molti, due soldi e giovinezza ormai finita.
L’America era un angolo, l’America era un’ombra, nebbia sottile;
l’America era un’ernia, un gioco di quei tanti che fa la vita,
e dire boss per capo, e ton per tonnellata, raif per fucile.

Quand’io l’ho conosciuto, o inizio a ricordarlo, era già vecchio;
sprezzante con i giovani, gli scivolavo accanto senza afferrarlo,
e non capivo che quell’uomo era il mio volto, era il mio specchio,
finché non verrà il tempo in faccia a tutto il mondo per rincontrarlo.

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