La festa non si vende

Tra le festività pasquali, il 25 aprile e il Primo maggio, ripercorriamo con il segretario generale della Filcams Emilia Romagna, Paolo Montalti, la storia delle liberalizzazioni nel settore del commercio.

Nel 1995 ci aveva provato il Partito Radicale, con due referendum, a liberalizzare orari e licenze nel commercio. Quesiti referendari nei quali oltre il 62% dei votanti si espresse contrario a quell’idea.
Successivamente, l’allora Ministro dello Sviluppo Economico Pierluigi Bersani, con il D.lgs 114/98 intervenne sul riordino della normativa, in particolare sugli orari di apertura alla vendita, stabilendo un limite massimo di apertura nell’arco della giornata e l’obbligo di chiusura nei festivi e nelle domeniche, con deroghe nel mese di dicembre e per altre otto domeniche o festivi nel resto dell’anno. Ulteriori deroghe potevano essere stabilite nelle città d’arte e nei comuni ad economia prevalentemente turistica, il tutto determinato dai sindaci previa confronto con le associazioni di categoria del commercio, quelle dei consumatori e le Organizzazioni Sindacali dei lavoratori.
È necessario ripercorrere la storia di quanto successo, almeno in questi ultimi 25 anni, prima di riflettere sulla condizione attuale che si è venuta a creare a seguito del dl 201/2011 “Salva Italia” del Governo Monti. Un Decreto Legge che si poneva l’obiettivo, tra le altre cose, attraverso una totale deregolamentazione non solo in termini di orari ma pure in riferimento al rilascio di licenze ed insediamenti commerciali, di favorire la libera concorrenza e la crescita dei consumi per rilanciare il settore. L’effetto prodotto non è stato quello atteso, al contrario in questi sette anni gli esercizi commerciali di piccola e media dimensione che hanno chiuso sono stati oltre 50 mila, a fronte di 2.400 aperture di grandi strutture, con un saldo occupazionale fortemente negativo. Non c’è stato alcun rilancio dei consumi e le imprese della grande distribuzione hanno messo in atto ristrutturazioni e riorganizzazioni con licenziamenti e riduzioni di orario di lavoro. È aumentato il ricorso alla flessibilità degli orari e dei rapporti di lavoro, si è perso salario a seguito delle numerose disdette, da parte delle imprese, della contrattazione di secondo livello e si è arrivati con grandi difficoltà ai rinnovi dei contratti nazionali di lavoro del settore, saltando un’intera tornata contrattuale.
Ecco perché, sostenere che reintroducendo regole e limiti alle aperture dei negozi si perderebbero fatturato e posti di lavoro è sbagliato. Non solo, non possiamo limitarci a considerare che questa deregolamentazione sia solo un tema che riguarda il tempo di vita dei commessi e delle commesse, ignorando le conseguenze sull’indotto che gravita attorno ad un’apertura domenicale o festiva, sulle economie delle città, sull’ambiente, sulla viabilità, oltre che sulla filiera produttiva e dei servizi, in particolare nel settore agroalimentare e nei trasporti.
Per questo la Filcams Cgil continuerà la propria battaglia per contrastare un’idea di società che fa del consumo la sua cifra distintiva e il suo collante, dove il diritto all’acquisto, h24 per 365 giorni all’anno, diventa l’unico diritto esigibile.

 

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