Quota 100: un treno perso

Sulle pensioni il provvedimento bandiera del governo è molto parziale e temporaneo. Ne scrive Ezio Cigna, responsabile previdenza Cgil nazionale

Doveva essere il Governo del cambiamento, il Governo che aveva promesso il superamento della Legge Fornero, così tanto odiata ma tutt’ora presente nel nostro sistema previdenziale. E invece ha prodotto un’operazione strettamente politica, con un provvedimento sperimentale e temporaneo per i prossimi tre anni, che rischia di determinare ancora una volta molte differenze tra i lavoratori, riaprendo una ferita ancora non rimarginata: quella delle pensioni.

Qualcuno ironizzando la etichetta come se fosse un biglietto del treno, per pochi non per tutti, che vale per tre anni e poi torna tutto come prima. Basta essere nato entro il 31 dicembre 1959 e perfezionare 38 anni di contributi entro il 2021, per poter avere questo biglietto in tasca e poter decidere se usarlo, se invece, come la stragrande maggioranza degli italiani, sei nato dopo il 1 gennaio 1960, o i 38 anni di contributi non riuscirai a raggiungerli in questi tre anni, non avrai alcuna possibilità di andare in pensione prima, il biglietto del treno in questo caso non è in vendita.

Si tratta quindi di un’opportunità per pochi, per quella parte del mondo del lavoro che ha potuto contare su percorsi lavorativi più lunghi e continuativi, difficilmente raggiungibile da chi ha operato in settori particolarmente caratterizzati da stagionalità o appalti (come l’agricoltura, l’edilizia o il turismo) o dove è presente una forte mobilità professionale, come nelle piccole imprese.

Una misura iniqua, che non dà risposte alle donne, a chi ha carriere discontinue, al Sud e non affronta il tema dei giovani. Un’altra occasione persa, da questo Governo che decide di intervenire sulle pensioni senza ascoltare il sindacato e quando decide di farlo, è ormai troppo tardi per cambiare direzione.

Era il momento giusto per fare un’importante riforma previdenziale che cancellasse definitivamente la riforma Fornero, creando una vera flessibilità in uscita a partire dai 62 anni di età, estendendo a tutti la possibilità di pensionamento con 41 anni di contributi, valorizzando il lavoro di cura e delle donne, allargando la platea dei lavori gravosi.

Un’occasione persa per rilanciare la previdenza pubblica, rispondendo ai giovani, eliminando quei vincoli assurdi nel sistema contributivo, in cui accederanno prima alla pensione coloro che avranno redditi più alti e carriere continue e introducendo finalmente una pensione contributiva di garanzia, in grado di dare risposte a tutti quei giovani e ormai non solo, valorizzando le carriere fragili, deboli o discontinue, i periodi di formazione, di lavoro di cura e di disoccupazione, per una futura pensione dignitosa…

Insomma, il lavoro è ancora lì, tutto da fare, il sindacato continuerà a rilanciare questa sfida, chiedendo risposte concrete al Governo, in coerenza con la piattaforma unitaria.

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