Gender Gap: tanta strada da fare

Buona domenica! Anche questa settimana ci dedichiamo ai diritti delle donne. Ce n’è davvero bisogno, non ce ne voglia il senatore Simone Pillon! Ospitiamo l’intervento di Caterina Barbieri, responsabile organizzativa della rete degli studenti dell’Emilia Romagna, con delega sulle questioni di genere

L’Italia è in 82esima posizione su 144 Paesi presi in esame in fatto di uguaglianza di genere. La disuguaglianza tra i due generi nel nostro Paese è più visibile nell’ambito lavorativo: tra uomini e donne c’è una differenza salariale molto netta: le donne guadagnano il 5,5% in meno rispetto agli uomini. In primo luogo, ciò è dovuto al minore tasso di occupazione: le donne in Italia lavorano meno per diversi motivi, in parte per cercare di conciliare il lavoro e la famiglia come la cultura dominante, ancora eccessivamente di stampo maschilista e patriarcale, si aspetta.

In generale, troppo spesso, sin dall’infanzia le donne vengono abituate a un condizionamento sociale che nega loro l’autodeterminazione. Gli uomini a loro volta subiscono un processo simile ma che si volge verso la parte opposta, durante il quale imparano che devono avere un potere che una donna non può ottenere; se queste idee sbagliate non vengono bloccate, durante la crescita, da un’adeguata istruzione che vada contro tale disparità del tutto inutile ed infondata, non sarà solo il genere femminile a rimetterci, ma entrambi.

Per le donne si tratta della percezione della mancanza di autodeterminazione rispetto al proprio corpo. Si pensi al diritto all’aborto: diversi sono gli esempi di mobilitazione che in questi anni hanno provato a rimettere al centro i diritti delle donne, dalla difesa della legge 194 alla risoluzione del gender gap.
Inoltre i problemi di carattere culturale sono innumerevoli. Si pensi ai casi di donne che ricevono commenti sgraditi, ai casi di stalking, di violenze sessuali, si pensi ai numerosissimi casi di femminicidio. Solo in Emilia-Romagna sono 7900 i casi di maltrattamenti, stalking, violenze sessuali e omicidi con motivazioni di discriminazione di genere, e contro questi dati disastrosi nessun intervento che miri ad educare e sensibilizzare sin dall’infanzia le persone contro ogni genere di abuso nei confronti del sesso opposto, e avere così la certezza che in un futuro grazie a ciò i numeri caleranno drasticamente.

La scelta da parte della donna di avere o non avere figli può essere determinante per la propria carriera in una determinata azienda, problema al quale si aggiunge quello delle dimissioni in bianco, che è il modo che viene utilizzato dal datore di lavoro per sollevarsi dagli oneri di una dipendente in maternità, senza utilizzare il licenziamento; sono tantissime le donne che sono state costrette a dare le dimissioni anche solo per aver avanzato richieste per conciliare vita lavorativa e famiglia, causando una forte disoccupazione femminile. Aumentare l’occupazione femminile non ha soltanto una grossa rilevanza economica, ma soprattutto culturale, una società divisa nettamente tra uomini e donne, tra ciò a cui hanno diritto i primi e ciò a cui possono avere diritto le seconde, non è una società produttiva, coesa, collaborativa. La contraddittorietà della società odierna è lampante: quando si dice alle donne che non hanno diritto di abortire, ma allo stesso tempo a qualsiasi colloquio lavorativo gli si chiede se abbiano intenzione di avere figli, il messaggio è lampante. Il messaggio è che qualsiasi cosa tu faccia, in qualunque modo tu lo faccia, se sei donna sbagli.

Il fatto che un disegno di legge come il ddl Pillon possa essere concepibile e presentabile nel 2019 non è perché un gruppo isolato di uomini ha pensato che lo fosse, ma perché le idee che presenta sono in realtà radicate nella cultura, nelle abitudini, nell’educazione della nostra società. Per questo occorre ripensare interamente a come facciamo opposizione a tutto questo: è importante protestare, è importante scendere in piazza, è importante formare e seguire movimenti, ma non basta. Bisogna rimettere in discussione il nostro modo di pensare, di vivere, di essere abituati alle cose.

Bisogna investire guardando al futuro, inserendo nei programmi scolastici ore obbligatorie di educazione alla parità di genere, che già adesso sarebbero incluse, ma evidentemente non sufficienti. Bisogna progettare un mondo diverso nel quale uomini e donne siano più fedeli a se stessi, e bisogna insegnarlo alle nostre figlie e ai nostri figli. Non basta stare dalla parte del giusto senza agire, bisogna lottare per una società per tutte e tutti.

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