Spooky Brexit

29 marzo, 12 aprile, 31 ottobre. Una nuova data va a segnare l’uscita del Regno Unito dalla Unione Europea. In gioco, però, non c’è il calendario, ma la democrazia. Dal sito dell’Associazione Itaca una riflessione del presidente Andrea Malpassi

E così il 29 marzo 2019 – la fatidica data per l’uscita del Regno dall’Unione – è diventato prima il 12 aprile e adesso è il 31 ottobre. Già rinominato facilmente l’Halloween Brexit. Facilmente perché – sfrondata dalle roboanti promesse dei “sovranisti” d’oltremanica, che raccontavano di miliardi di sterline risparmiate, esplosione positiva del mercato del lavoro locale, “riconquista” del controllo sui propri confini nazionali per respingere gli immigrati – la Brexit ha mostrato ormai a tutti cosa è sempre stata davvero: un incubo.

Quando, nello scorso novembre, fu presentato il testo dell’accordo tra Regno Unito e Unione Europea, ci interrogammo se ne fosse valsa davvero la pena. Un accordo che prevedeva tra l’altro il famoso “backstop: la sicurezza che  – qualsiasi cosa fosse successa – l’Irlanda del Nord non avrebbe mai avuto un confine rigido e fisico con il resto dell’Irlanda. Lo diciamo ancora e ancora e ancora: solo grazie all’appartenenza del Regno Unito all’Europa è stato possibile, nel 1998, trovare la soluzione “tecnica” e poi siglare l’accordo del “Venerdì Santo” che ha garantito vent’anni di pace in una terra martoriata da una lunghissima guerra civile.  (Per amore di cronaca: l’unico partito a votare contro l’accordo di pace fu il DUP, quel partito estremista nordirlandese che ha garantito – con il suo pugno di parlamentari – la nascita e l’esistenza del Governo May…)

Quest’accordo è stato bocciato per ben tre volte in Parlamento. Mentre si avvicinava il 29 marzo, abbiamo assistito all’imbarazzante arroccamento della premier Theresa May sulla stessa identica posizione, sorda ad ogni sollecitazione e suggerimento, pronta a scaricare la colpa del proprio fallimento sul Parlamento, incapace di dialogare con la società e con le altre forze politiche e capace di fare richieste all’Europa pur sapendo già in anticipo che erano inutili, inaccettabili anche per vizi di “forma”. In ogni passaggio parlamentare, la maggioranza di Conservatori più DUP si è sempre frammentata tra chi voleva l’uscita “dura” senza accordo e chi – all’estremo opposto – ne voleva una più morbida se non – addirittura – evitarla del tutto. L’opposizione ha provato forse tardivamente a compattarsi ma, in una serie di sedute ed emendamenti e votazioni, è riuscita a far passare soltanto una generica indicazione contro il “no-deal” e soltanto per un voto.

Così, dopo tre anni dal referendum, il Reame paradossalmente dovrà votare di nuovo per i propri rappresentanti da mandare a Bruxelles: ma forse saranno eletti “a tempo determinato”, forse per cinque mesi appena, forse con un ruolo limitato rispetto ai propri colleghi. Forse. Forse. Forse. Se da una parte la destra britannica soffia sul fuoco della “delusione” di chi aveva votato per la “Brexit”, dall’altro si è lasciata troppo sola la gigantesca onda che invece vuole fermarla. Nei giorni scorsi a Londra c’è stata forse la più grande manifestazione popolare nella storia del Regno Unito (matrimoni e funerali monarchici inclusi) per chiedere che il popolo torni a votare. La stessa richiesta al Parlamento ha superato in pochi giorni la cifra di sei milioni di firme e ogni giorno politici, economisti, intellettuali e imprenditori fanno pubblicamente “mea culpa” per aver sostenuto le ragioni illusorie dell’Uscita, in quel referendum.

Aumenta l’insicurezza dei cittadini, che vedono l’incertezza e l’inadeguatezza del proprio Governo davanti a questo passaggio, leggono le analisi sul disastro economico e occupazionale che ne potrebbe seguire, vengono colpiti dalle notizie –purtroppo realistiche – addirittura sulle difficoltà di reperire cibi e medicinali in caso di “uscita senza accordo”. E aumenta l’insicurezza di quei tre milioni di cittadini europei che vivono nel Regno Unito magari da decenni, che lì hanno casa e lavoro e famiglia e tutta la propria vita. E che continuano – così come gli ottocentomila britannici in Europa – a non sapere ancora chiaramente cosa ne sarà di loro.

Sarebbe serio, a questo punto, che il Governo di Theresa May si fermasse e prendesse atto della realtà. Quel referendum fu vinto di misura su false promesse, nascondendo la verità che oggi emerge come il più classico degli iceberg contro cui non si può far finta di non sbattere. Sarebbe serio che questo Governo – o un altro nuovo, uscito dalle urne – si assumesse la responsabilità di revocare questo articolo 50 e lasciasse il Regno Unito in Europa. O chiamasse di nuovo i cittadini ad esprimersi, dopo tre anni, consapevoli ora di cosa davvero significa un’uscita disordinata, non concordata, inevitabilmente astiosa dall’Europa.

Restare in Europa ed ammettere il proprio fallimento o restituire la parola ai cittadini: questo dovrebbe fare ora, immediatamente, una classe politica seria, adeguata (anche solo vagamente) alla portata del problema. Pensiamo che abbia fatto bene l’Europa a concedere altro tempo, ad estendere di altri sei mesi la “scadenza”. Le relazioni con il Regno Unito non sono materia risolvibile con impazienza, con dispetti, con ripicche: che pure alcuni leader europei hanno provato a fare. I processi democratici vanno aiutati e sostenuti, anche quando questi producono – magari nello slancio del momento e sotto l’effetto di una classe politica senza scrupoli – dei macroscopici errori. Questi “errori”, in democrazia, non si puniscono riducendo – appunto – gli spazi democratici: si cerca il tempo e si costruiscono le condizioni perché sia la democrazia stessa ad affrontarli e risolverli. Per uscirne più forte, non più debole.

Perciò, secondo questa logica, forse sarebbe opportuno e serio anche che la stessa Unione Europea si ricordasse di mostrare ai cittadini britannici (ma anche a tutti gli altri, in effetti) perché conviene stare in Europa, perché i cittadini sono più forti e tutelati all’interno dell’Unione. I cittadini, non solo le banche o la finanza. Non conviene (non solo non è giusto: non conviene proprio) ripetere atteggiamenti cinici e feroci come sono stati quelli contro la Grecia; non conviene continuare a mostrare indifferenza o ostilità verso chi fugge da altri paesi martoriati e però, al tempo stesso, dimostrarsi così preoccupati per la crescita delle forze xenofobe e antieuropeiste. Non conviene, nel caso specifico, continuare ad esempio a ripetere che il programma sociale del Labour non sarà mai realizzabile secondo le regole neoliberiste di Bruxelles e che dunque Bruxelles non lo permetterà mai.

Una grande questione di portata storica è stata fino ad ora affrontata con il più misero dei tatticismi. C’è questo voto di maggio per il parlamento europeo, c’è questa nuova scadenza di Halloween per la Brexit e c’è – in gioco su questo – una evidente questione democratica. Di fiducia nella democrazia e di forza della democrazia. Questione molto più importante e delicata di quella meramente economica o finanziaria. E’ arrivato il momento che la classe politica tutta e i dirigenti istituzionali, da un lato e dall’altro della Manica, si comportino solo da persone serie.

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