Fisco: cos’è la destra, cos’è la sinistra

Flat tax o patrimoniale? Abbassare le tasse e basta oppure pensare a dove prendere le risorse e a dove destinarle? Un intervento di Cristian Perniciano, Cgil nazionale, ci ricorda cos’è un fisco di sinistra. E a noi risuona in mente Giorgio Gaber… cosa c’era sempre in fondo a destra?

Togliamoci subito un dubbio, e diciamo quali NON siano politiche fiscali di sinistra. Non è di sinistra abbassare le tasse ai poveri. Anche perché questa frase vuol dire poco. Anche perché tutti, in cerca di consenso, abbassano le tasse ai poveri. Costa anche poco. Non sto dicendo che sia sbagliato, sto dicendo che non è questo che qualifica come “di sinistra” una politica fiscale. Più nello specifico, direi che ci sono modi di destra e di
sinistra di far pagare meno tasse a chi ha redditi bassi. Del resto, è limitante confinare le politiche fiscali alle sole imposte.

Politiche fiscali significa decidere quanto prendo, a chi, per fare cosa, e che effetto produrrà questo spostamento di risorse. Ed è per questo che secondo me (vorrei specificarlo, è il mio parere) prendere ai ricchi per dare ai poveri non è di per sé una politica di sinistra. Almeno non lo è se non si riequilibra il rapporto tra produzione e finanza, e tra capitale e lavoro. Dare qualcosa in più ai più poveri non incide minimamente in questi rapporti di forza. Anzi, rischia addirittura di incidere nella direzione sbagliata. Ad esempio se, come spesso si propone, si abbassano le tasse per tagliare orizzontalmente la spesa pubblica.

(Sempre) secondo me è di sinistra dare dignità al lavoro, anche attraverso le politiche fiscali. E farlo perché si crede in quella ricchezza, non solo monetaria e salariale (ben inteso, necessaria e irrinunciabile) che il lavoro fornisce, in quel senso di auto-realizzazione, di auto-percezione e soprattutto di costruzione collettiva che il lavoro sottende. Per brevità, credo che la sinistra significhi forma collettiva versus individualismo liberale di destra. Sia l’homo homini natura amicus di Genovesi versus l’homo homini lupus di Hobbes. Che non significa ingenuità, ma ottimismo nel miglioramento costruito collettivamente. Abbiamo invece lasciato troppo i concetti di cultura, collettivo, aggregazione, alla destra sociale populista (che infatti trae dal pensiero marxista una buona parte della sua elaborazione anticapitalista, che poi rinchiude in confini nazionali). Non è infatti raro (e ritorniamo al fisco) trovare governi di destra populista che abbassano le tasse ai meno abbienti. Ma il problema, dicevamo, è dove prendere risorse, per far cosa.

Vincenzo Visco sostiene che il passaggio verso politiche sociali (e fiscali) di destra sia derivato dal passaggio dall’alleanza socialdemocratica tra classi popolari e ceto medio in
funzione di alimentazione del conflitto sociale per limitare lo strapotere dei ricchi, in
direzione di una nuova alleanza tra classi popolari e ricchi in cui, in cambio di qualche
misura popolare per i primi, si depotenzia il conflitto sociale e i secondi possono
continuare fare ciò che preferiscono. Non è un caso che le prime ipotesi di reddito di cittadinanza siano state formulate da Von Hayek , liberista di scuola austriaca, che
intendeva il trasferimento monetario, a differenza dell’erogazione di servizi pubblici, come uno strumento individualista per placare le masse popolari. Del resto una erogazione monetaria puoi anche spenderla in totale solitudine, un reddito da lavoro obbliga, nella sua attività, a un confronto. Non è un caso neanche che gli attuali ultra ricchi della Silicon Valley perorino la nascita di un reddito universale dato anche prelevando dai loro enormi profitti, e dai profitti della sempre più gonfia finanza, per avere in cambio consumatori in grado di acquistare i loro prodotti e soprattutto libertà per le loro policies. Lo chiamerei il comunismo della finanziarizzazione.

Torniamo a parlar di tasse. E’ giusto, oggi, diminuire le imposte sui redditi bassi? Certo. E’ giusto diminuire le imposte sui redditi medi? Certo. E’ giusto aumentare le imposte sui super ricchi? Certo. Sono queste tre misure sufficienti a definire una politica fiscale di sinistra? NO.Un ripensamento davvero di sinistra delle politiche tributarie, a mio parere, deve essere un ripensamento su come lo Stato debba intervenire nelle vite dei cittadini. Di quanto (diciamocelo) sia più che legittimo che lo Stato “metta le mani nelle tasche dei cittadini”. Di alcuni cittadini, per finanziare servizi e minor pressione fiscale ad altri. E per creare e far creare lavoro, per aumentare la quota salari, per mettere in moto un meccanismo dialettico di crescita e redistribuzione, per impiegare le persone e i loro saperi nella creazione e mantenimento di beni comuni, di servizi aperti alla comunità.

Altra parte fondante delle politiche fiscali è ovviamente, quella relativa alla selezione delle imprese, per giungere a determinare un effetto pre-distributivo oltre che il normale effetto redistributivo del fisco. Ha senso tassare allo stesso modo un’impresa che inquina, che vive di bassi costi, che ha bassa produttività e che magari pone rimedio alla sua inettitudine attraverso l’evasione fiscale, e una azienda virtuosa? Ovviamente no. Ma la domanda è “E’ giusto che il pubblico decida anche attraverso il fisco quale impresa debba sopravvivere e prosperare e quale altra impresa debba chiudere?”. Ecco, la risposta a questa domanda e i criteri utilizzati per rispondere, secondo me definiscono la destra dalla sinistra.

Cito solo alcune parole chiave, per non dilungarmi, che devono portare a rispondere a quella domanda. Lavoro, innovazione, domanda futura, non discriminazione, diritti, ambiente, redistribuzione della produttività in una comunità aperta, efficienza, esternalità positive per il territorio. E proporrei una personale soluzione: ora che l’Unione Europea sembra disposta a permetterlo, non potremmo pensare di riformare l’IVA ed applicare diverse aliquote IVA alle diverse filiere a seconda di un punteggio da assegnare su alcune tematiche chiave? Inquini poco, crei lavoro, innovi, redistribuisci, insomma, immetti nel sistema esternalità positive? L’aliquota IVA dei tuoi prodotti o servizi sarà più bassa. La tua filiera crea esternalità negative? I tuoi prodotti saranno gravati di una IVA più pesante, saranno quindi più cari per il consumatore. E poi sì, come si dice da anni, potrà aver senso “Votare col portafoglio”.

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