Tutti zitti: arrestano Assange

Grazie a Giorgio Sbordoni che posta per Julian Assange. “Resto convinto, da uomo di sinistra, che accanto alla redistribuzione della ricchezza sia di sinistra la redistribuzione della verità. Se l’informazione è potere, considero quella di Wikileaks, al netto di tutte le contraddizioni, i personalismi, le antipatie e le manipolazioni, una gigantesca patrimoniale di verità e sono d’accordo”

Su Facebook non c’è POST per Assange. Poche righe per dichiararvi il mio stupore sincero sul silenzio che, nella quotidiana tempesta emotiva di Facebook, ha circondato ed estromesso dai lanci di giornata dei miei contatti qualsiasi riferimento all’arresto del fondatore di Wikileaks a Londra. Non un’opinione, non una riga, neanche una foto con un emoticon. Ne sono rimasto sinceramente stupito, considerando che molti dei miei amici di Fb lavorano con le notizie, tra giornalisti, uffici stampa e propaganda, comunicatori e social media manager, e, in una approssimata percentuale del 99,98 per cento, quasi tutti, giornalisti e non, sono di sinistra. Non è un giudizio, ma una semplice costatazione che mi stimola a una considerazione.

Sulla vicenda Wikileaks e sulla sollecitazione di un parere a riguardo, mi sono sentito spesso rispondere (l’ultima volta giusto ieri): Assange l’ho sempre detestato. Che è un po’ come guardare il dito quando qualcuno ti indica la luna. Perché, al netto delle controversie di un personaggio, spesso percepito come vagamente (e fisicamente) inquietante, circondato come è stato per tutta la sua vita conosciuta da quest’aura da santone ossessivo, è indubbio che la rivoluzione compiuta dalla sua creazione resterà una pagina memorabile nella storia recente dell’informazione. In un presente costruito da milioni di opinioni, spesso insulse e inutili (come le mie, non faccio fatica a crederlo), Assange ha mostrato che si possono diffondere, insieme alle opinioni, anche milioni di notizie chiuse nei segreti cassetti delle segrete stanze, restituendo una certa utilità sociale, oltre quella social, a uno strumento come internet. Una rivoluzione insostenibile in un sistema di potere mondiale che si è sempre nutrito di silenzi e documenti secretati.

Da JFK a Ustica siamo talmente avvezzi alla censura di Stato che Wikileaks deve essere sembrata a molti una leggenda più che una realtà concreta. Se la società di oggi (e ci metto dentro tutti noi) fosse attenta, curiosa e politicizzata come lo era quella degli anni ’70, l’esperienza di Wikileaks sarebbe entrata nel mito tanto quanto il Watergate e anche di più, considerando la mole di rivelazioni prodotta in pochi anni, e invece di dedicargli la centesima pellicola biopic figlia della crisi degli sceneggiatori di Hollywood con l’antipatico Cumberbatch, ne sarebbe uscito fuori un capolavoro alla “Tutti gli uomini del presidente” con Pitt nel ruolo di Assange. 

Resto convinto, da uomo di sinistra, che accanto alla redistribuzione della ricchezza sia di sinistra la redistribuzione della verità. Se l’informazione è potere, considero quella di Wikileaks, al netto di tutte le contraddizioni, i personalismi, le antipatie e le manipolazioni, una gigantesca patrimoniale di verità e sono d’accordo con il Manifesto: vogliono isolarlo perché serva da monito.

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