Una questione di spazio

Una storia personale che ci ricorda chi siamo, ma indica anche la strada per il futuro. La scrive Salvatore De Luca, del Caaf Cgil di Torino, sul proprio profilo Facebook. Ci riporta nel capoluogo piemontese di fine anni ’70, tra i meridionali emigrati al Nord.

Di spazio non ce n’era abbastanza a Torino, o forse non ce n’era più. Forse quello che rimaneva era già stato occupato da quelli arrivati prima. Era il ‘78 e dopo una vita da bracciante in Salento e da edile in Francia e in Svizzera, la svolta: un posto da bidello al nord.
La valigia di cartone, l’ennesima solitudine di chi deve di nuovo lasciare la sua famiglia per garantirne la sopravvivenza. In Svizzera c’erano le baracche, nella grande Torino, dove ancora si vedevano cartelli con “non si affitta ai meridionali”, neppure quelle. Nessuna conoscenza, neppure un parente già emigrato che potesse accoglierlo. Nessun diritto alla casa, neppure nella mitica città delle lotte operaie, a guida comunista, vista da lontano come simbolo di riscossa e riscatto. Il sindaco rosso rispose che ce n’erano già troppi in coda. L’ideologia della buona amministrazione non bastò a garantire il diritto sbandierato e venne soppiantata dal buon cuore della direttrice del liceo classico Alfieri: “può stare nello scantinato della scuola per un po’. Si sistemi lì, può usare i materassi della palestra”.

Poi si ammalò e lo raggiungemmo io, mia madre e le mie tre sorelle più grandi. Lasciavamo il Salento, il paese, la terra, gli affetti, gli amici, la casa grande, gli uliveti sconfinati. Avevo quattro anni quando scesi da quel treno a Porta Nuova, bermuda e sandaletti francescani, esile, spaventato, curioso, con gli occhi pieni dalla grande città. Nel frattempo finalmente un appartamento a due isolati dalla scuola, via Ugo Foscolo, primo piano, ingresso, cinque camere, cucinotto e bagno. Un grande colpo di fortuna, verrebbe da dire. Ma lo spazio per una vita decente svaniva appena varcata la porta d’ingresso: in ogni stanza ci viveva una intera famiglia di immigrati come noi, la nostra era nella penultima al fondo del corridoio, un letto matrimoniale da una piazza e mezza per i miei genitori, per me e per mia sorella di sei anni.

Una foto della casa condivisa che ritrae Salvatore, con la sorella e il papà

Si stava stretti. Due lettini per le mie sorelle più grandi, un tavolo, un comò e un piccolo lavandino nascosto in un armadio a muro. Nella stanza accanto alla nostra uno strano signore, sempre ben vestito e un via vai di uomini e prostituite. Il bagno era in comune, ci si metteva in coda, come anche per quel cucinino con interruttori volanti e fili scoperti. La piccola tv, il rapimento di Aldo Moro e Alfredino Rampi in quel pozzo artesiano con l’umanità di Pertini che consolava dalla tragedia seguita in bianco e nero fino a notte fonda, senza sapere che da lì a pochi anni le sfortune altrui sarebbero diventate banale spettacolarizzazione quotidiana.

Resta oggi qualche ricordo sbiadito su pochissime immagini stampate. Le tappezzerie ammuffite di quella minuscola stanza restano sullo sfondo, in primo piano l’amore e la dignità che non è mai andata persa.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...