Stare bene a scuola fa star bene

Comincio dal 14 marzo 2019, dal suicidio di Jean Willot, 57 anni, da oltre 30 maestro elementare in una scuola della banlieue parigina (Eaubonne), accusato di aver maltrattato un alunno.
Mi hanno colpito di quel gesto estremo due aspetti: la facilità con la quale l’opinione pubblica l’ha subito dichiarato colpevole senza nessun processo e la naturalezza con cui l’amministrazione ha tentato di insabbiare tutto in nome della tranquillità del servizio e del clima nella scuola. Intorno a Jean si è creato un vuoto, non è stato neppure difeso dalle istituzioni, dalla sua stessa amministrazione che ha perfino negato i permessi ai suoi colleghi per presenziare all’ultimo saluto. Solo alcuni amici si sono mossi, dedicandogli un fumetto che è circolato su Facebook (vedi qui) e ricordandolo nelle rivendicazioni del movimento #PasDeVague nato in Francia proprio come protesta di fronte al complice silenzio dell’amministrazione.

La situazione di Jean non è molto diversa da quella dei suoi colleghi mondiali (abbiamo studi da ogni angolo della Terra, dal Giappone alle Barbados, agli USA) e, quindi, italiani: da un’indagine empirica i suicidi degli insegnanti fra il 2016 ed il 2017 sono risultati quasi quadruplicati e sono passati da 6 a 22 casi.

Indagare gli insegnanti per presunti maltrattamenti è, del resto, diventato uno sport nazionale. Semplicemente cercando fra gli articoli di cronaca presenti sul web, in Italia ad oggi sono già 22 le denunce a carico di insegnanti, già 4 in più rispetto al 2018 (erano 22 in totale nel 2015) e rischiamo di raddoppiare i casi da qui a dicembre, senza contare che molte non vengono riportate. Si tratta spesso di denunce per maltrattamento operato da insegnanti per lo più cinquantenni e con una ventina d’anni di servizio.

Perché? La risposta è tanto banale, quanto difficile da accettare oltre la cortina di pregiudizi che avvolgono e adombrano la docenza: insegnare stanca! Insegnare fa ammalare! Più del 60% dei casi di inidoneità degli insegnanti è legato a problemi psichici (di questi il 70% fa riferimento a patologie depressive) che affliggono soprattutto insegnanti nella fascia fra i 45-55 anni e con 30 anni di servizio, circa. È statistica. È il caso esemplare di Jean Willot.

Eppure, nonostante un’ampia bibliografia scientifica in merito che collega il lavoro dell’insegnante a patologie psichiatriche quali depressione e ansia, ma anche a tumori (si sa che lo stress altera i valori di cortisolo), si persevera ad ignorare deliberatamente questo problema: anzi, il legislatore e la politica oggi costringono l’insegnante a rimanere fino a 67 anni e oltre a lavoro (Legge Fornero) e faticano a considerare l’insegnamento quale malattia professionale (è usurante ai fini dell’APE Social solo l’insegnamento all’Infanzia, per motivi per lo più fisici: studi condotti di recente invece dimostrano che l’ordine di scuola è del tutto indifferente).

Si tratta di patologie chiare, da curare e da prevenire: si rendono necessari perciò interventi massicci che vadano oltre la normale informazione e formazione sulla sicurezza. Per questo il recente CCNL Istruzione e Ricerca, nella sezione Scuola, ha previsto che siano oggetto di confronto le iniziative di prevenzione dello stress correlato lavoro e del burnout (art.22 co.8 lett. b4). Però bisogna andare al di là del rito del Documento di Valutazione dei Rischi, al di là delle semplici raccolte di dati anonimi, bisogna che la salute dei dipendenti sia presa in carico dal dirigente scolastico attraverso un supporto informativo ed un rapporto diretto con i docenti: non sono sufficienti i test (peraltro anonimi, appunto) che oggi sono propinati da linee guida, perché sono standard e servono a dare una percezione del clima relazionale, non forniscono informazioni specifiche sul lavoratore.

Alla disposizione genetica, concorre indubbiamente ad accrescere lo stress correlato la tipologia stessa di lavoro, basato su relazioni particolari con l’utenza, relazioni empatiche, continuative, asimmetriche, logoranti, intime, che a lungo andare corrodono il lavoratore e la lavoratrice. Per questo bisogna fare in modo che l’ambiente di lavoro sia sostenibile per l’equilibrio del lavoratore, in modo che -di riflesso- tutta la comunità educante ne possa beneficiare. Ma con il contratto e con la prevenzione non si può tutto: bisogna anche fare opportune scelte politiche vòlte a valorizzare il lavoro fatto nelle scuole. Bisogna rompere cioè quei pregiudizi e quell’attacco mediatico che riversano sulla Scuola e sugli insegnanti responsabilità che invece sono in capo alla società intera.

Il vero cambiamento in questo momento non può limitarsi alle tanto attese politiche assunzionali, necessarie e sacrosante, di potenziamento degli organici docenti e non docenti dopo anni di tagli e risparmi, ma deve partire dalla rivalutazione sociale della Scuola e del lavoro degli insegnanti, dall’idea di Scuola come risorsa strategica da cui ripartire per aumentare il benessere dell’intera società.

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