Agili contro lo spopolamento

Oggi ospitiamo un intervento di Enrico Lobina, Fp Cgil Sardegna.
Un progetto chiaro, fattibile, moderno. Che riguarda tutti noi.
Se non è futuro questo?!?

Il lavoro agile (smart working), è una modalità lavorativa in cui la flessibilità della prestazione lavorativa viene gestita dal lavoratore per soddisfare esigenze proprie e della collettività, e per conciliare tempi di vita e familiari con i tempi lavorativi.

Rientrano in queste tipologie il lavoro da casa (home working), il lavoro in gruppo ed in remoto, nonché il lavoro al di fuori degli orari di lavoro classici. Il telelavoro viene svolto da una postazione fissa, generalmente domestica, in un orario corrispondente a quello d’ufficio.

Se queste modalità lavorative allargano i diritti, e non li restringono, sono modalità che possono soddisfare chi lavora, ed aiutare la pubblica amministrazione e la collettività a migliorare il benessere organizzativo, nonché a realizzare forme di risparmio sociale.

Dal punto di vista sindacale, vi è una chiara differenza tra telelavoro e lavoro agile nel settore pubblico ed in quello privato.

Nel privato queste forme di lavoro si realizzano da decenni.

Nel settore pubblico le recenti disposizioni che prevedono di accordare entro il 2019 ad almeno il 10 per cento dei dipendenti e su loro richiesta, la possibilità di avvalersi del telelavoro e di altre forme di lavoro flessibili e con nuove modalità spazio-temporali, impongono in Sardegna una veloce azione ed una ampia riflessione.

In Sardegna il lavoro agile ed il telelavoro possono garantire una presenza sul territorio di chi lavora nella pubblica amministrazione sarda, magari in una città, e desidera trasferirsi a vivere in un paese, o continuare a viverci. Il lavoro agile ed il telelavoro possono essere una soluzione vera, concreta, nella lotta contro lo spopolamento delle aree rurali, che fa si che oggi in Sardegna la grande maggioranza della popolazione viva nelle coste, realizzando il cosiddetto “effetto ciambella”.

Si pensi all’obiettivo che in cinque anni, su base volontaria, il 20% delle dipendenti e dei dipendenti del Sistema Regione attivino forme di telelavoro o lavoro agile.

In Sardegna esiste già la buona pratica del Comune di Cagliari, che nel 2018, con un organico di circa 1.300 dipendenti, ha attivato 15 progetti di telelavoro, con il ben più ambizioso obiettivo di arrivare a 130 dipendenti nel 2019[1]. Per quanto riguarda il lavoro agile, i primi 10 dipendenti ne stanno usufruendo già dall’inizio del 2019, ma l’obiettivo a breve termine è di 120.

I risultati sono sorprendenti: secondo l’assessore comunale responsabile del progetto di telelavoro, “si è potuto registrare un incremento della produttività di oltre il 30% dei dipendenti coinvolti”[2]. Per quanto riguarda i risparmi, in termini di riduzione delle spese e diminuzione dell’assenteismo, le stime sono, in senso positivo, del 15-20%. Si registra anche un miglioramento del benessere psico-sociale di chi aderisce a questi progetti.

Si può provare ad andare oltre. Lo spopolamento si ferma mantenendo reddito in loco. I comuni in via di spopolamento hanno a disposizione locali, spesso comunali, non utilizzati e facilmente riadattabili ad uffici. Perché non realizzare, con un impegno comunale ma non solo, delle postazioni per il lavoro diffuso?

Si può essere una lavoratrice o un lavoratore del pubblico, di un ente della regione o anche di una azienda privata: il datore di lavoro avrebbe un risparmio se per due/tre/quattro giorni alla settimana si lavorasse in una postazione diversa da quella abituale.

Si dovrebbe avere una connessione ad altissima velocità ed altre dotazioni infrastrutturali all’avanguardia, ma se le si avesse perché non farlo?

Le risorse allocate in politiche contro lo spopolamento, seppur inferiori rispetto a quanto dovuto e necessario, possono essere riallocate verso iniziative di questo tipo.

Una simile politica non dovrebbe essere affrontata con un approccio meccanicistico. Occorre la convinzione, ed un processo sociale che coinvolga e faccia leva sulla comunità. È il singolo e la comunità che devono sentire proprio il progetto, altrimenti il rischio è che, come diversi altri progetti sulla carta estremamente positivi (Master&Back per esempio[3]), poi nella applicazione concreta si burocratizzino e non portino ai risultati auspicati.

Politiche di questo tipo pongono nuove domande dal punto di vista dei diritti e delle tutele, le quali vanno affrontate e gestite.

Se nel privato telelavoro e lavoro agile possono trasformarsi in sofisticate e soffocanti forme di oppressione lavorativa, di sfruttamento e di autosfruttamento, i quali hanno i loro antenati nel lavoro a domicilio e nel lavoro a cottimo, nel caso del lavoro pubblico una corretta contrattazione sindacale può portare ad un miglioramento del benessere delle lavoratrici e dei lavoratori, nonché una migliore organizzazione del lavoro, nonché chiari benefici sociali.

Nel caso sardo, inoltre, telelavoro e lavoro agile, insieme al concetto di lavoro diffuso, possono contribuire, senza avere la pretesa di risolvere il problema una volta per tutte, a combattere lo spopolamento delle zone rurali.


[1] http://www.ansa.it/sardegna/notizie/2017/06/07/comune-cagliari-telelavoro-per-130_010d4dbe-8fc4-4236-849f-c16aa987a1db.html.

[2] http://www.comunecagliarinews.it/rassegnastampa.php?pagina=66788.

[3] Per sapere cosa è stato il Master&Back cfr. http://www.fondazionesardinia.eu/ita/wp-content/uploads/2018/01/Emigrazione-giovanile-qualificata-in-Sardegna-completo-24.1.2018.pdf

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...