Salario minimo? Il vero problema è la povertà di chi lavora

Perché in Italia il salario minimo legale, uguale per tutti, non sarà la risposta al lavoro povero. Un intervento di Tania Scacchetti, segretaria nazionale Cgil

Si è riacceso nel nostro Paese il dibattito sul salario minimo legale, un tema che ciclicamente torna nella discussione politica e che tuttavia adesso pare essere diventato, dopo la trasformazione in legge del reddito di cittadinanza, il nuovo cavallo di battaglia del Movimento 5 Stelle.

Obiettivo della sua introduzione, infatti, sarebbe far innalzare i salari in Italia, rafforzando i lavoratori e la contrattazione collettiva. Argomentazioni entrambe interessanti e condivisibili specie in un Paese in cui le paghe dei lavoratori italiani sono sotto la media europea e in cui il tema del lavoro povero è ormai una vera e propria emergenza, al pari del non lavoro.

Ma se allora davvero di questo si tratta perché le proposte di legge depositate in Parlamento fanno tanto discutere e perché, anche nel movimento sindacale,  si vedono più rischi che opportunità in questo tipo di proposte ?

La richiesta di un salario minimo, un limite sotto al quale non si possa scendere, magari trovando una risposta a livello europeo è una rivendicazione storica dei movimenti  sindacali.

Come ci ricorda nelle sue analisi la Fondazione Di Vittorio tale richiesta ha subito negli anni molte spinte a causa della accresciuta mobilità del lavoro e del capitale che ha innalzato il rischio di dumping salariale, per via della crescita del lavoro precario e atipico meno facile da rappresentare collettivamente e molto spesso privo delle coperture caratteristiche della contrattazione collettiva, per l’indebolimento della rappresentanza associativa, in particolare quella datoriale.

Tutte condizioni che hanno riacceso il dibattito anche in Italia, paese caratterizzato sia dalla assenza di un salario minimo legale che di un erga  omnes formalizzato e direttamente esigibile, in cui tuttavia la contrattazione collettiva garantisce a tutti, quanto meno ai lavoratori subordinati, la copertura di un contratto collettivo nazionale di lavoro.

Per questo  sarebbe necessario, per l’adozione di provvedimenti davvero efficaci e utili ad affrontare le difficoltà che indubbiamente caratterizzano la condizione del lavoro in Italia, adottare provvedimenti che tengano conto delle caratteristiche peculiari della contrattazione collettiva del nostro sistema.

E quindi occorre partire da alcune considerazioni.

In Italia non abbiamo un problema di minimi orari bassi, se non in alcuni settori marginali, ma di salari medi bassi. La tendenza preoccupante con cui ci misuriamo non riguarda l’assenza di copertura contrattuale, ma la diffusione di contratti poco o per nulla rappresentativi, l’evasione contrattuale e il crescente ricorso al lavoro sommerso, la crescita di forme di sottooccupazione e di part time involontario.

Per questo nelle audizioni in Senato abbiamo segnalato l’urgenza di provvedimenti che vadano nella giusta direzione, dalla necessità di implementare gli investimenti pubblici e privati che possano generare nuova occupazione, a quella di rafforzare i controlli e le ispezioni, e a quella di mettere in atto una riforma fiscale che restituisca potere d’acquisto a lavoro e pensioni aumentando le detrazioni e intervenendo sul carico  fiscale oggi squilibrato a danno dei lavoratori e chiedendo di pagare più a chi ha di più.

Detto questo non ci siamo sottratti e non ci sottrarremmo alla discussione che si avvierà sull’istituzione di un salario minimo per legge.

Ad oggi, dopo l’incontro fra il Ministro di Maio e i Segretari Generali di CGIL, CISL e UIL, si è tenuto un tavolo tecnico di confronto in cui la proposta avanzata in termini legislativi è quella depositata in Senato dal Movimento 5S, una proposta diversa da quelle che in questi anni, in modo molto negativo, hanno teso a introdurre un salario minimo alternativo alla contrattazione collettiva, ma anch’essa una proposta potenzialmente pericolosa nel momento in cui, pur richiamando in modo condivisibile il valore della contrattazione collettiva e gli accordi interconfederali sottoscritti sulla rappresentanza, indica comunque un minimo fisso uguale per tutti come soglia di riferimento. Sarebbe pertanto auspicabile che si mantenesse solo il riferimento ai minimi individuati dai CCNL sottoscritti dalle organizzazioni sindacali comparativamente più rappresentative, senza identificare una soglia limite scollegata dalle diverse condizioni dei settori e dei livelli di inquadramento.

La Cgil pensa che percorrere la strada della legislazione su questi argomenti, senza indebolire la contrattazione e quindi senza ottenere obiettivi opposti a quelli che ci si prefigge, significhi  seguire alcuni principi.

Innanzitutto indicare un salario orario di riferimento uguale per tutti è sbagliato; meglio dare valore legale ai trattamenti economici complessivi definiti nei contratti collettivi nazionali, attuando quindi l’articolo 36 della Costituzione che parla del diritto ad una retribuzione sufficiente e proporzionata alla qualità ed alla quantità del lavoro che si svolge.

Ed è bene in questo senso superare equivoci che possono ingenerare aspettative legittime fra  i lavoratori distinguendo bene fra minimo orario e trattamento economico complessivo, perché le retribuzioni dei lavoratori sono composte da più voci (tredicesima, quattordicesima se presente, scatti, ferie, riduzioni di orario, indennità …) e da una serie di altre tutele (malattie, maternità, infortuni, indennità …)  che sono sostanziali e fondamentali per riconoscere come dignitoso un rapporto di lavoro.

Poi va affrontato, innanzitutto sbloccando la convenzione fra INPS e Ministero oggi ferma per responsabilità di quest’ultimo che potrebbe avviare la certificazione della rappresentanza e della rappresentatività in attuazione del Testo Unico sottoscritto con la Confindustria, il tema della rappresentanza e della rappresentatività, anche attraverso l’iniziativa legislativa .

Affrontare il tema della misurazione della rappresentanza e della rappresentatività, arrivando così a definire la  titolarità dei soggetti che possono stipulare contratti e i processi democratici di validazione degli stessi, anche con il voto dei lavoratori, è l’unica strada per dare efficacia generale ai contratti collettivi nazionali, per le parti retributive e per quelle normative,  per contrastare il crescente dumping e ridurre il numero dei contratti nazionali che oggi sono oltre 800 e che per questo rendono certamente più debole la struttura contrattuale nel nostro Paese.

Questi saranno i principi che guideranno la Cgil nella valutazione delle proposte legislative con cui saremo chiamati a confrontarci.

È evidente che c’è un tema di settori che sempre di più sfuggono alla contrattazione, di settori parcellizzati in cui manca il rispetto delle più elementari norme, di una rincorsa competitiva che spesso scarica sui lavoratori e sull’abbassamento dei loro diritti le contraddizioni di uno sviluppo economico squilibrato e sbagliato.

È altrettanto evidente che la crescita del nuovo lavoro formalmente considerato autonomo e quindi non contrattualizzato  ma che, in realtà, mantiene tutte le caratteristiche del lavoro dipendente pone in primis alle organizzazioni sindacali la necessità di trovare risposte urgenti per consegnare anche a questi lavoratori i diritti a cui hanno diritto (formulazione forse poco efficace per la lingua  italiana ma che penso possa rendere l’idea). Anche per questo la strada che abbiamo scelto, quella della proposta di legge della Carta dei Diritti e quella della contrattazione inclusiva per determinare uguali diritti anche per tipologie di rapporti di lavoro diverse riunificando le condizioni del lavoro, è la strada maestra per l’azione del sindacato di oggi.

Per  rispondere a questi problemi occorre quindi rafforzare e consolidare la contrattazione collettiva evitando previsioni che, se non orientate a dare forza alla stessa, possono invece costituire un disincentivo al rinnovo dei contratti nazionali e quindi essere, nel medio periodo, uno strumento di livellamento verso il basso e non verso l’alto delle condizioni dei lavoratori.

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