Donne al lavoro: gli stati generali

di Lara Ghiglione, segretaria generale Cgil La Spezia

Se pensiamo che sino a settant’anni fa, quattro generazioni, le donne non avevano neppure diritto al voto, possiamo cogliere la straordinaria portata delle conquiste realizzate dai movimenti e dalle associazioni femministe, dalla politica e dai sindacati dal dopoguerra ad oggi. Con la CGIL sempre in prima fila.

Lo stato attuale
Un bagaglio di proposte, idee, valori e prospettive unico, che oggi è fortemente messo in discussione dalla riproposizione di un accettabile stereotipo di genere, che vuole imbrigliare ancora una volta le donne nel ruolo di regine del focolare, uniche depositarie del lavoro domestico e di cura; chiamate al dovere della procreazione, all’interno di una fantomatica indissolubile famiglia tradizionale. A qualsiasi costo.
Perché la donna per rimanere legata a chi la possiede legittimamente, cioè al proprio marito-padrone, deve sopportare tutto, anche la violenza. E deve essere pronta a rinunciare alle proprie ambizioni e all’idea di potersi realizzare professionalmente. Un’idea di famiglia arcaica e terribilmente maschilista.
Tutto questo sarà proposto e ribadito anche nella prossima tre giorni di Verona. Una caccia alla streghe moderna che vuole mettere sotto processo il principio dell’autodeterminazione femminile, l’omosessualità in quanto tale, la possibilità di decidere come vivere e di scegliere chi amare e come realizzare la propria esistenza.
Sono i numeri, i dati, oggettivi e impietosi che raccontano di una condizione femminile contemporanea ancora inadeguata e di un percorso di emancipazione ancora incompiuto. Le donne ottengono ottimi risultati negli studi, ai quali non corrispondono altrettanti successi professionali. Nelle progressioni di carriera è penalizzante ancora oggi la quasi totale responsabilità del lavoro di cura domestico in capo alle donne, che si manifesta nell’impossibilità di essere sempre disponibili, a spostamenti lavorativi, a straordinari, a frequentare corsi di formazione. Le donne sono meno occupate e spesso rinunciano addirittura a cercare lavoro. Sono costrette a part time involontari; a parità di livello e mansioni sono retribuite meno degli uomini e hanno di conseguenza pensioni più basse. Le donne fanno fatica a curarsi; trovano enormi difficoltà se decidono di ribellarsi a datori di lavoro molesti e a mettere fine a rapporti violenti.
Troppo spesso e troppe donne rinunciano ai propri sogni e alla propria felicità.

Dove siamo
Però le donne ci sono. Ci siamo. Siamo nelle associazioni, che oggi sono presenti numerose in tutti i territori, ma che troppo spesso dialogano poco e con difficoltà. Siamo nelle istituzioni, nei partiti, nei sindacati.
Siamo presenti, non senza difficoltà, anche negli ambienti protetti. Spesso le regole di accesso e di permanenza nelle organizzazioni politiche, sindacali, associative non sono a misura di donna. Ci siamo, ma non ci conosciamo tra di noi, non riusciamo ad essere trasversali e a pensare ad un’idea di quartiere, di città, di di Paese a misura di donna. Dobbiamo pensarci insieme ed essere conseguenti.

Donne al lavoro: un progetto per la città.
Da questa riflessione può nascere un percorso importante. Pensiamoci a cosa potremmo realizzare, agli obiettivi che potemmo conquistare se ragionassimo in grande. Riflettiamo sul livello di qualità della nostra elaborazione e dei nostri progetti; sulla nostra capacità di penetrazione capillare nei territori nei quali molte donne rivestono ruoli istituzionali e decisionali a vari livelli (sindaci, presidenti di associazioni datoriali, di istituzioni, dirigenti di aziende pubbliche e private, assessori al lavoro e alla formazione, dirigenti sindacali).
Non sono sufficienti un asilo aziendale, il consultorio che funziona bene in un quartiere, una contrattazione aziendale che non penalizza le donne che vanno in congedo per maternità. Serve una visione, un’idea complessiva. Un progetto che coinvolga tutte e tutti e che definisca azioni concrete per migliorare la vita delle donne. Senza paternalismi arcaici: la qualità delle nostre vite, della nostra condizione non deve dipendere dalla buona volontà e dalla sensibilità di quel sindaco o di quell’imprenditore. Ma dalla nostra intelligenza, dalla nostra caparbietà. Dalla capacità di tenere assieme, di condividere, di organizzarci, di guardare al futuro. Di unire e non di dividere. Tutte caratteristiche delle donne.

Ci possiamo provare. Dobbiamo provarci
E il primo passo è l’ascolto: conoscere quali sono le difficoltà delle donne nei luoghi di lavoro, in famiglia, nei contesti di studio, nelle strade dei nostri quartieri la sera. Il secondo è ritrovarci intorno ad un tavolo e cercare delle soluzioni. Insieme. Che siano pragmatiche ed efficaci. Soprattutto che siamo realizzabili perché alle parole devono seguire i fatti. Sempre.
L’intelligenza non ci manca, la passione neppure.
Mettiamole in circolo entrambe venerdì 29 e sabato 30 all’ ex opificio Vaccari a Santo Stefano a La Spezia.
Possiamo farlo e lo faremo, siamo donne.

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