Lampedusa Porta d’Europa

Trailer del cortometraggio Frontiera

Il prossimo 27 marzo verrà consegnato il David di Donatello al cortometraggio Frontiera, ambientato sull’isola che nell’ottobre 2013 fu teatro della più grande tragedia dell’immigrazione. Almeno 368 morti. All’epoca tutti, in Italia e in Europa, dissero mai più. Oggi, invece, i porti italiani sono chiusi, l’Europa latita. A pochi giorni dal caso della nave Mare Jonio, della ong Mediterranea, il nostro blog ha intervistato il regista Alessandro Di Gregorio.

Perché Frontiera? Quando avete iniziato a immaginare questo film?

Il corto nasce quasi cinque anni fa da un’idea di Ezio Abbate che ne è lo sceneggiatore. Aveva letto un articolo di Attilio Bolzoni sul quotidiano la Repubblica nel quale veniva raccontata la strage del 3 ottobre 2013 da due punti di vista: quello dei sub che si immergevano per recuperare i corpi e quello delle famiglie delle agenzie funebri che, visto il numero dei morti, arrivavano dalla Sicilia con camion pieni di bare per poi appunto seppellire le vittime. Ci interessava raccontare questa storia, quello che era accaduto, proprio da queste due prospettive e un po’ anche raccontare quello che stava succedendo non solo a Lampedusa ma in Italia. Era il 2014 poi gli aspetti produttivi ci hanno portato a realizzare il corto soltanto l’anno scorso perché nel frattempo non riuscivamo a trovare un produttore disponibile a investire o a credere nel progetto come ci credevamo noi . Finalmente abbiamo incontrato Simone Gattoni della Kavac Film che ci ha permesso di realizzare il cortometraggio.

I  protagonisti del vostro corto sono un sommozzatore e un necroforo ma avete voluto adottare un’ulteriore prospettiva: entrambi sono dei ragazzi. Perché i giovani?

Sì, è vero. Uno, il necroforo, viene trascinato in qualche modo dalla famiglia in questo lavoro, non sa a cosa sta andando incontro e non gli interessa fino a quando poi non si scontra con la realtà; l’altro, invece, sa esattamente a cosa sta andando incontro, è preparato, ma nonostante questo forse preparati per affrontare una situazione del genere non lo si è mai. Entrambi attraverseranno quello che sarà il loro inferno e ne usciranno in qualche modo cambiati.

Il vostro è un film muto, un quarto d’ora più o meno senza battute. Il silenzio rispecchia il disegno della frontiera?

Sicuramente sì…  e poi se ne parla talmente tanto che alla fine abbiamo scelto di non far parlare nessuno, di far parlare solo le immagini, di far parlare quest’isola meravigliosa che è Lampedusa, questo luogo che anche involontariamente è diventato una frontiera. Però, come ci tengo sempre a ricordare, le nostre frontiere non sono tanto  fisiche quanto barriere mentali che, in qualche maniera, ci impediscono sempre di guardare oltre.

In quattro anni di lavoro Lampedusa l’avete vissuta e conosciuta: oggi ha più della frontiera o resta ancora Porta d’Europa?

Senza dubbio è ancora la Porta d’Europa. Abbiamo parlato con chi vive lì, con i ragazzi della Guardia Costiera, abbiamo vissuto l’isola per diversi giorni, per diverse volte, poi c’è chi cerca di trasformarla in una frontiera, di chiuderla, ma non dobbiamo dimenticare che Lampedusa è più vicina all’Africa che all’Italia e quindi, secondo me, è decisamente più una porta che un muro.

In cinque anni molto è cambiato, e il vostro film nato all’indomani della strage che diede il via all’operazione di salvataggio Mare Nostrum, vince il David di Donatello quando la politica del governo italiano, segnata dal ministro degli interni Matteo Salvini, è quella dei porti chiusi. Oggi il vostro corto ha assunto un valore politico?

Non saprei. Forse lo è diventato nel tempo. Direi che è il nostro modo di vedere il mondo e, forse sì, quando abbiamo iniziato a lavorarci non ci aspettavamo che le cose sarebbero peggiorate con gli ultimi governi. In un certo senso, il nostro messaggio diventa politico nel momento in cui non si capisce perché si continua a fare politica sulla pelle dei migranti. Poco prima di andare a Venezia, abbiamo proiettato il film appena chiuso alla Guardia Costiera: erano gli ultimi giorni del caso Diciotti e quindi – vuoi o non vuoi  –Frontiera è diventato una risposta alla politica dell’attuale governo. Non ci aspettavamo che nel giro di quattro anni le cose andassero a finire così. Dal mio punto di vista, l’immigrazione non è un’emergenza, non lo è mai stata, l’hanno fatta diventare tale per scopi politici.

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