Non c’è un pianeta B

Quante volte avete pensato a un piano B? Una situazione imbarazzante, una relazione ingombrante, un percorso di studi che non era quello che avevate immaginato, un impiego che non vi dava soddisfazione… ebbene in tutte queste circostanze esiste, sempre o quasi, una via d’uscita. Quello che ci dicono, invece, le migliaia di giovani che in queste ore stanno rilanciando l’appello della sedicenne svedese Greta Thunberg è che presto non avremo più opzioni, nessuna freccia al nostro arco, perché un pianeta B, quello no, per noi non esiste. La terra va salvata dai nostri consumi, dalle nostre plastiche, dai nostri motori sempre accesi. Si moltiplicano gli eventi estremi, fa sempre più caldo, i ghiacciai si sciolgono, le temperature salgono. Sotto accusa le emissioni di gas fossili che oltre a rovinarci i polmoni fanno impennare il termostato globale.

È per questo che ad agosto Greta, angosciata dagli incendi che avevano devastato i boschi della sua Svezia, ha iniziato a scioperare. In presidio in vista delle elezioni parlamentari di settembre e poi ogni venerdì piazzata davanti al Riksdag svedese che non sta dando seguito agli accordi di Parigi. Un’attivista donna e giovane che a soli 16 anni sta aprendo gli occhi all’opinione pubblica mondiale sulla crisi climatica in corso e che per questo si è meritata la candidatura al Nobel per la pace.

Per sopravvivere il nostro pianeta deve riuscire a mantenere l’aumento delle temperature al di sotto dei 2 gradi Celsius, meglio ancora se inferiore alla soglia del grado e mezzo rispetto ai livelli preindustriali. Quando Greta già da qualche settimana aveva dato il via alla sua protesta, l’allarme è arrivato dal gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico. Il rapporto Ipcc dell’autunno 2018 ha confermato: non abbiamo più tempo.

I governi devono riconoscere il pericolo e comprendere che in gioco non ci sono effimeri e momentanei interessi di oggi, ma il domani, il futuro di questo mondo come lo abbiamo conosciuto e come vorremmo che sia. Non è casuale se in quello stesso rapporto la risposta alla crisi climatica trovava riflesso nella lotta contro la povertà e per uno sviluppo sostenibile. I conflitti e i profughi ambientali, le migrazioni, le diseguaglianze, lo sfruttamento intensivo e predatorio di alcuni popoli e alcune aree del mondo sono fili di questa stessa tela. Così come lo sono l’innovazione industriale, lo sviluppo di infrastrutture e di reti, la capacità di cogliere le potenzialità dell’economia circolare.

I ragazzi che questo venerdì non vanno a scuola per riempire strade e piazze in 96 paesi del mondo lo hanno capito e hanno organizzato quasi 1400 eventi per farlo capire anche agli altri: il momento per salvare il nostro futuro è adesso. Il Global Strike for Climate è una protesta ecologista e altruista, solidale e collettiva. È un seme da innaffiare, nutrire e far crescere: metterà radici.

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