Uno sgombero non fa primavera

La baraccopoli di San Ferdinando non esiste più, ma non basta sbaraccare, per risolvere il problema della non accoglienza e dello sfruttamento dei lavoratori migranti

di Celeste Logiacco, Segretaria Generale CGIL Piana di Gioia Tauro

Il 6 marzo 2019 poco dopo le 7 iniziano le operazioni di sgombero della baraccopoli di San Ferdinando. Alle 8,46 viene abbattuta la prima baracca nella zona dove il 16 febbraio, nell’ultimo incendio, ha perso la vita il giovane senegalese Moussa Ba, una delle tante vite spezzate, dei tanti morti di freddo e stenti, uno dei tanti, troppi morti di emarginazione. In tantissimi, più di trecento, si ritrovano così in fila per entrare nella nuova tendopoli, dove nei giorni precedenti erano state installate 36 nuove tende, mentre circa una ventina raggiunge i pullman per il trasferimento nei Cas e negli Sprar. Alcuni tra i numerosi braccianti presenti alla baraccopoli si sono già allontanati autonomamente per raggiungere a piedi la stazione di Rosarno con destinazione Napoli/Foggia o alla ricerca di un alloggio in zona, al campo container di Rosarno, in parrocchia, perfino in auto, ma il numero maggiore soprattutto in campagna, dove hanno raggiunto altri “invisibili” che vivono in casolari diroccati e in baracche.

Per fortuna adesso non fa molto freddo, ma tutto questo è inaccettabile. Davanti alla baraccopoli, alcuni non sanno dove andare anche perché i posti disponibili nella nuova tendopoli sono insufficienti e in pochi vogliono allontanarsi. Tra loro infatti c’è chi ancora sta lavorando nelle terre della Piana di Gioia Tauro, chi deve ancora ricevere la paga per il lavoro svolto, chi sta rinnovando i documenti ed è in attesa del permesso di soggiorno. Per loro andare lontano dalla Piana renderebbe tutto più complicato. Alla fine della giornata, senza tensioni o scontri, un terzo delle baracche è stato raso al suolo. Solo in 362 hanno trovato una sistemazione immediata: 289 nella nuova tendopoli, a poche decine di metri dalla baraccopoli, 73 hanno accettato il trasferimento nei Cas e negli Sprar, mentre nella notte in oltre 300 sono rimasti nelle baracche ancora in piedi. Il giorno dopo, una cinquantina di coloro che hanno passato la notte nelle baracche rimaste, partiranno per i Cas di Cosenza. Altri 150 troveranno posto nella nuova tendopoli o nelle tende installate in aggiunta nell’insediamento a poche decine di metri tra la baraccopoli e la nuova tendopoli. Oggi solo lì ci sono 841 persone. Una presenza di non facile gestione per una tendopoli che fino a qualche settimana fa ne ospitava 489.

La baraccopoli di San Ferdinando non esiste più. Di quella vergogna nazionale non degna di un Paese civile, rimangono solo tonnellate di rifiuti e i nomi dei tanti morti, bruciati, uccisi dal freddo e dagli stenti, dalle violenze e dallo sfruttamento. Chi ha condotto le operazioni di sgombero ha agito con equilibrio. Non era scontato. Altri sgomberi, altri interventi, anche recenti, non hanno avuto gli stessi esiti. Ma riconosciuto questo, non basta sbaraccare, non basta eliminare la baraccopoli per risolvere il problema della non accoglienza e dello sfruttamento dei lavoratori migranti, di tutti quei braccianti che qui cercano lavoro a ogni stagione della raccolta degli agrumi e che qui hanno il diritto di trovare anche una vera casa. Tante le preoccupazioni sul dopo sgombero che toccano scelte e altri soggetti istituzionali locali, regionali e nazionali. In questo contesto un risultato a metà rischia di produrre nel tempo altri problemi.

Lo sgombero della baraccopoli non può essere una scusante per rimandare ancora una volta soluzioni concrete e definitive. Una scelta parziale porterà sicuramente ad alimentare nuove condizioni di degrado che già esistono nelle campagne, tra invisibili e scomparsi, tra casolari abbandonati e baracche. Ora bisogna che tutti gli attori istituzionali diano una risposta alle legittime richieste di questi lavoratori che da oltre vent’anni sono la forza lavoro di quest’area garantendo loro un’accoglienza dignitosa e civile. In questo, così come per altre questioni quali ad esempio la gestione della tendopoli, ora con il doppio delle persone e molti spazi in meno, e lo smaltimento delle baracche abbattute, diventati rifiuti speciali difficili da eliminare, il comune di San Ferdinando e la Piana non possono essere lasciati soli. Il Governo nazionale, la Regione Calabria e la Città Metropolitana devono farsi carico di queste difficoltà mediante atti concreti volti a superare definitivamente questa drammatica e insostenibile situazione e ogni criticità, per dare dignità, risposte immediate e tempestive mettendo in sicurezza uomini, donne e bambini che fino ad ora hanno vissuto in condizioni disumane.

Una tenda è sicuramente meglio di una baracca, ma è sempre l’ennesimo ricovero d’emergenza: dal 2010, anno dell’ormai nota rivolta di Rosarno, ancora una volta una “non soluzione”. Collocare 841 persone in spazi originariamente previsti per 450/500 è un rischio, ma ancora peggiore è la condizione di chi non ha avuto neanche un posto sotto una tenda, ed è finito senza alcuna certezza in qualche casolare diroccato o in qualche baracca in campagna, in particolare a causa dei rigidi e disumani limiti imposti dal “decreto sicurezza”. Nei giorni scorsi il Ministero dell’Interno ha destinato 30 moduli abitativi da consegnare ai Comuni della Piana di Gioia Tauro per l’accoglienza, con una capienza di 250 persone, e altri li fornirà la Regione Calabria. In questi giorni il Ministro Salvini si è espresso parlando solo dello sgombero e dello smantellamento, non una sola parola sui diritti di questi lavoratori, sul loro sfruttamento, sui datori di lavoro che utilizzano manodopera a basso costo e in assenza di qualsiasi forma di tutela, costringendo le donne a “viscide aggressioni a sfondo sessuale”, così come è emerso nell’inchiesta condotta dai Magistrati della Procura di Palmi. Il tema della sicurezza e dell’ordine pubblico non può e non deve mettere da parte diritti, giustizia, libertà e dignità, sempre e comunque da garantire.

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