Reddito di Cittadinanza: un patto per il lavoro, un patto per la formazione

Sale la febbre da reddito di cittadinanza. Si allungano le file nei centri di assistenza fiscale con un numero crescente di persone che si accalca chiedendo di svolgere le pratiche necessarie per presentare la domanda. Un dato che denuncia le condizioni di povertà diffusa in cui versa il Paese. Condizioni che l’assegno, così come è stato concepito dal governo, non riuscirà a cambiare. Per diversi ordini di ragioni, il RdC rischia di rivelarsi un aiuto estemporaneo a nuclei familiari in difficoltà, con effetti solo sul breve periodo. Una misura che al termine della sua erogazione non avrà sortito un miglioramento tangibile delle condizioni di vulnerabilità in cui versano 5 milioni di soggetti.

Un’opportunità mancata
Il reddito di cittadinanza non è ancorato a un’analisi delle condizioni di deprivazione dei potenziali beneficiari. La povertà, infatti, non è solo indice di carenze materiali ma anche immateriali: fenomeni come la povertà educativa e l’analfabetismo funzionale – vale a dire scarse competenze, bassi titoli di studio, difficoltà di accesso a percorsi di qualificazione e riqualificazione – rappresentano un ostacolo alla ricerca del lavoro dignitoso e di qualità, condizione essenziale per allontanarsi dalla miseria. Non aver tenuto in considerazione questo aspetto rende il RdC una misura cieca che, altrettanto ciecamente, fa dei centri per l’impiego e dei nuovi navigator la panacea dei mali del mercato del lavoro italiano. La verità è che né i centri per l’impiego né i navigator riusciranno a offrire lavoro che non c’è e che, in ogni caso, non spetta a loro creare.

Un patto per il lavoro, un patto per la formazione
Ai beneficiari del Reddito di cittadinanza, i Centri per l’impiego potranno offrire soprattutto percorsi di qualificazione e riqualificazione formativa, il che, viste le caratteristiche di questo target, potrebbe rivelarsi una buona occasione che l’esecutivo deve però impegnarsi a consolidare.
La misura voluta da Palazzo Chigi – al costo di un indebitamento che peserà sul Paese nei prossimi anni – ha senso solo se funzionale a un percorso di innalzamento delle competenze: più cultura e più strumenti mirati a far uscire i beneficiari del RdC dalla condizione di indigenza materiale ed educativa in cui si trovano. Per farlo è necessario sottoscrivere un patto nazionale per la formazione che coinvolga un alto numero di soggetti, soprattutto al fine di ridure le diseguaglianze che potrebbero sorgere a livello territoriale.
Ad oggi, i percorsi di formazione vengono erogati dagli enti accreditati che, attraverso un consolidato sistema di incentivi, rischiano di divenire i veri beneficiari del provvedimento. Enti soliti scendere in campo solo se coperti da risorse stanziate dalle amministrazioni regionali. Un meccanismo plausibilmente fonte di disparità tra cittadini del Nord e del Sud del Paese, dove le possibilità di formazione resteranno con tutta probabilità una chimera.

E’ l’Ocse che ce lo chiede: per ridurre i livelli di indigenza è necessario aumentare gli investimenti in istruzione, perché solo le competenze scolastiche e professionali permettono ai cittadini di non scivolare nelle sacche di povertà assoluta in cui già versano oltre un milione e settecentomila nuclei familiari. Per questo il RdC non può essere il fine ma lo strumento per migliorare il livello culturale e – diretta conseguenza – il tenore di vita di cittadini in difficoltà.

Anna Teselli, Cgil nazionale

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