Ten Years Challenge

In questi giorni, su un noto social network sta spopolando una nuova sfida – Ten Years Challenge- che, attraverso la pubblicazione di due foto, una attuale ed una scattata nel 2009, vuole mettere in evidenza i cambiamenti fisici intervenuti in questo lasso di tempo su chi decide di partecipare.
Dieci anni fa, ci trovavamo nel pieno della crisi economica più devastante della storia recente, i cui effetti continuano a manifestarsi ancora oggi.
Dieci anni fa, la CGIL era impegnata appieno a gestire le tante crisi aziendali, a suggerire vie d’uscita alternative a quelle poi praticate e rivelatesi senza successo, a provare a costruire percorsi che trasformassero le crisi in opportunità.
Uno degli slogan che animavano le tante manifestazioni di quegli anni era “Noi la crisi non la paghiamo”, con cui si voleva mettere in evidenza come fosse inaccettabile ed ingiusto far pagare a lavoratori, studenti, giovani, fasce più deboli e marginali una crisi figlia delle distorsioni del capitalismo e della spregiudicatezza della finanza.
E invece la crisi l’abbiamo e la stiamo continuando a pagare: l’hanno pagata i lavoratori del Sud costretti a ritornare a lasciare le proprie terre d’origine non più per cercare lavoro e stabilità al Nord bensì per trovare sopravvivenza all’estero; l’hanno pagata i pensionati che hanno continuato a vedere ridotto il proprio potere d’acquisto; l’hanno pagata i giovani che rimandano sine die l’ingresso nell’età adulta, gli studenti che accettano quasi con rassegnata naturalezza il fatto di dover svolgere un lavoro (quando e se lo trovano) non adeguato alle competenze che hanno accumulato negli anni dedicati allo studio.
Più in generale, l’ha pagata il Lavoro che, negli ultimi 10 anni, così come nei 10 precedenti e forse più, ha continuato a subire il mantra della flessibilità, della riduzione delle tutele, la cultura del self-made man come chiave per conquistare affermazione sociale.
Si è usata l’immagine del ramo come esempio cui i “nuovi” lavoratori si sarebbero dovuti ispirare: capace di assecondare senza lamentarsi la forza del vento e flessibile nel modellarsi per assecondarne la direzione, ma allo stesso tempo capace di resistere senza spezzarsi. Sino al paradosso del Jobs Act che ha deciso di spezzarlo definitivamente quel ramo, forse perché cominciava a dare fastidio finanche la sua ombra.
Quindi, che fare? Davanti al perdurare e al consolidarsi delle ingiustizie, l’unica strada può essere la rassegnazione? O non è forse sempre più necessaria la presenza ed il ruolo di organizzazioni capaci di fare sintesi di interessi diversi per coagularli verso obiettivi generali?
La CGIL ha, con orgoglio, indicato altre strade che partono tutte dallo stesso snodo: fare Sindacato nel suo significato più letterale, insieme per la giustizia. È una sfida ardua, forse utopica in una fase in cui la dimensione individuale prevale dietro la solitudine di una tastiera o l’impersonalità dei contatti mediati da una chat. Eppure si può fare, si deve fare!!!
Alle ingiustizie crescenti occorre contrapporre la riscoperta della dimensione collettiva, la lentezza del ragionamento, il gusto dello stare insieme. Stare insieme attorno ad un progetto, come è stato nello spirito del documento congressuale “Il Lavoro è”, ma anche stare insieme come gruppo dirigente capace di interpretare il momento, allargare il consenso, essere perno di un processo di identificazione collettiva.
Oggi, abbiamo l’opportunità di continuare a rappresentare il mondo del Lavoro, con coraggio, mettendo da parte il mero istinto di sopravvivenza o autoconservazione. Del resto, è sempre più frequente che al Sindacato (o peggio ai Sindacati in una declinazione plurale che non rende giustizia alle differenze, anche di valori e comportamenti) ci si rivolga per trovare soddisfazione ad un problema individuale. Un atteggiamento naturale, radicato, diffuso, forse figlio dei tempi che, però, a lungo andare può diventare pericoloso per la nostra stessa natura di soggetto che persegue interessi generali.
A questo dobbiamo rispondere non certo con snobismo o sufficienza, non certo con la presunzione (tipica di alcune forze politiche) di chi crede che siano gli altri a sbagliare e che vadano pertanto rieducati, ma con l’umiltà di chi deve sentire su di sé la responsabilità di guidare e ricostruire processi di identificazione prima di tutto tra i lavoratori tali da ridefinire nuove identità collettive.
È per questo che l’ambizione che deve nutrire il gruppo dirigente che uscirà dal prossimo congresso della Cgil e che è già uscito ai vari livelli territoriali deve essere quella di essere dirigenti forti, coesi, uniti, rispettati, radicati, credibili ma soprattutto riconoscibili per la capacità di determinare processi virtuosi di empatia con il corpo vivo della nostra Organizzazione.
Perché tra dieci anni vogliamo che sia il Lavoro ad aver vinto la sfida di questi strani giorni.

Luca Toma
Emanuele Sozzo

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