Nel nome di Michele

Il dibattito è partito. A giudicare dalle mail che ci state scrivendo siete in tanti pronti a mettere in gioco le proprie idee e la propria visione del sindacato. Da Massa ci scrive Nicola Del Vecchio: per lui il sindacato dovrebbe saper combattere anche la solitudine.

Ci troviamo oggi a celebrare il nostro congresso in un contesto di assoluta incertezza sia sul piano politico che economico. L’assise congressuale è per noi il momento più alto di elaborazione politica e programmatica, in questi mesi abbiamo fatto centinaia di assemblee, confrontandoci con migliaia di lavoratori, un grande esercizio democratico non certo banale, frutto del nostro radicamento. Un radicamento che rischia però di essere minato se non saremo in grado di proseguire nell’azione di rinnovamento e di rappresentanza dei bisogni di un’intera generazione che si sente tradita e abbandonata da una politica miope e lontana.
Ricordo con tristezza il grido di dolore lanciato da un giovane friulano che un anno e mezzo fa si tolse la vita stanco del precariato professionale e deluso da una politica che si era macchiata dell’onta di aver tradito un’intera generazione, lasciandola senza prospettive. Michele, questo era il suo nome, scriveva

Non è assolutamente questo il Mondo che mi doveva essere consegnato,
e nessuno mi può costringere a continuare a farne parte.
È un incubo di problemi, privo di identità, privo di garanzie,
privo di punti di riferimento, e privo ormai anche di prospettive

Quando ho letto quelle frasi, scritte da un mio coetaneo, mi si è stretto un nodo in gola, noi abbiamo il dovere di reagire. Non possiamo e non dobbiamo abbandonarci alla rassegnazione, abbiamo il compito di declinare una prospettiva e avanzare una proposta praticando un vero cambiamento. Certo è un percorso arduo che necessita di caparbietà e determinazione se raffrontato al contesto politico attuale ma indispensabile se vogliamo tenere viva l’ambizione di continuare ad essere un sindacato di natura programmatica, a maggior ragione in un momento di crisi della sinistra a livello planetario.

La crisi ha evidenziato le storture di un modello capitalistico sempre più aggressivo improntato sul liberismo e messo in evidenza la miopia delle politiche di austerità imposte a livello europeo adottate anche da governi “falsi amici”. Senza contare che la disintermediazione ha prodotto, di fatto, la scomparsa di un sentimento di appartenenza ad una classe con il conseguente venir meno dell’idea che quella classe potesse essere il motore del cambiamento del lavoro, della società, della politica. Più semplicemente l’insicurezza ha prodotto paura e la paura può diventare il catalizzatore di una guerra fra poveri. In sostanza potremmo affermare, semplificando, che la lotta di classe non si consuma più a livello verticale bensì orizzontale contrapponendo nuovi e vecchi lavoratori, così come avvenuto da ultimo con il Jobs Act.

Come Cgil abbiamo lanciato proposte innovative, come la carta dei diritti dei lavoratori, che abbiamo il compito oggi di rilanciare. Lo dico con molta umiltà, dovremmo avere il coraggio di entrare più a fondo nelle nostre contraddizioni, mettendo finalmente in atto le azioni necessarie ad una ricomposizione del mercato del lavoro attraverso la pratica contrattuale. Così come sarebbe utile riattribuire un valore pedagogico alla nostra azione, un ‘azione che oggi ha anche un compito di supplenza rispetto ad una politica assente dai bisogni degli ultimi. Parafrasando Gramsci dovremmo avere la capacità di guadagnare, tramite il consenso, l’adesione ad un determinato progetto politico e culturale, dovremmo cioè ritornare ad esercitare un vero e proprio ruolo egemonico nella società. Pensiamo a quello che abbiamo scritto nel documento congressuale alle nostre pigrizie le abbiamo definite. Oggi battersi per l’uguaglianza non significa forse battersi affinché la carta dei diritti universali del lavoro diventi legge? Non significa forse entrare a piene mani nella contrattazione inclusiva? Purtroppo la nostra battaglia in favore della dignità del lavoro ci vede isolati da una politica e da una sinistra sempre più distante da quelle che sono le prerogative del mondo del lavoro.

Abbiamo il dovere di ridare speranza a una generazione umiliata dalle politiche adottate nel corso degli anni dai vari governi che si sono avvicendati, tutte improntate alla flessibilità con conseguente precarietà di vita e di lavoro. Invertire la rotta significa pensare ad un CGIL che metta al centro la tutela di quei giovani che cercano e pensano a un lavoro che non hanno ancora incontrato. A coloro che un lavoro lo hanno avuto ma che lo hanno già perso. Ai giovani che lavorano nella più totale precarietà senza diritti e senza tutele. Ai giovani che vogliono sapere di più dei loro diritti. Ai giovani che cercano percorsi formativi coerenti con le loro capacità e con i loro progetti professionali. Alle ragazze e ai ragazzi, alle giovani donne e ai giovani uomini che vogliono il Lavoro, con quell’articolo determinativo che vuol tenere dentro aspirazioni, emancipazione, benessere, diritti, ma soprattutto rispetto. I giovani vanno ascoltati e resi partecipi nei processi decisionali poiché è nell’azione collettiva, come da natura del sindacato, che possiamo modificare lo stato delle cose, a partire dalla insostenibile condizione di precariato cui si trova costretta un’intera generazione.

Nicola Del Vecchio

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