Il sindacato è un collettivo

Sebastiano è il primo a parlare apertamente del clima teso di questi giorni
che ci separano dal Congresso, della preoccupazione che la nostra base possa non capire le nostre divisioni. Ma è anche il primo a indicare il cammino per uscire più coesi da questo importante appuntamento della Confederazione.
Vai Seba, tocca a te.


Il sindacato è prima di tutto un collettivo, un gruppo di donne e uomini che portano avanti un progetto di società attraverso il lavoro comune, condividendo fatiche, analisi e sentimenti.
Procedure e regolamenti a tutti i vari livelli sono l’ossatura dell’organizzazione, la struttura tanto necessaria quanto suscettibile di adeguamenti e oggetto di continua manutenzione, frutto del confronto interno e dell’adeguamento al variare del contesto storico e sociale.
E’ normale, quindi, che nella vita quotidiana di un’organizzazione come la nostra e, a maggior ragione, durante quei passaggi nodali come un congresso siano spese molte energie intellettuali e pratiche sulla struttura stessa. La definizione dell’assetto dei quadri dirigenti è, chiaramente, un aspetto fondamentale per il buon funzionamento dell’organizzazione.
Pur tuttavia il rischio, sia durante un congresso che nella quotidianità, di concentrarsi a tal punto su questi aspetti da farli passare di grado nella gerarchia di fini e mezzi è un pericolo mortale.

Il mio percorso in CGIL è quello di una militanza, da delegato prima e funzionario poi, di quasi quindici anni e mi sembra purtroppo che in alcuni periodi siamo stati troppo esposti e catturati da questo pericolo. Ricordo l’aspro confronto nel mio territorio e non solo durante il congresso del 2010 e, in parte residuale magari, continuo a vedere i frutti avvelenati di quella fase in alcune Camere del Lavoro. Ciò che mi spaventa adesso è esattamente questo: che dalla presente fase congressuale, nonostante premesse e contesto, si riesca ad uscire, al di là delle dichiarazioni di intenti, con il capolavoro di un’organizzazione spaccata e fragile.
Le premesse e il contesto di questo congresso possono portarci su tutt’altra strada. Il documento congressuale di maggioranza che ha raccolto un larghissimo consenso è stato frutto di un’elaborazione partecipata. Al di là delle formule di rito, la sua costruzione e definizione sono state obiettivamente un elemento di novità, in particolar modo in un contesto sociale in completa controtendenza rispetto a tutto quanto sia partecipazione e collegialità.

Del contesto storico e sociale, invece, serve parlare? Non é sotto l’occhio di chiunque la contraddizione tra la percezione comune negativa di tutto quanto sia struttura politica organizzata, noi compresi, e contemporaneamente l’assoluto e urgentissimo bisogno di sindacato? Di redistribuzione della ricchezza, di giustizia sicurezza e mobilità sociali, di umanità, di cultura di partecipazione? Con queste premesse e in questo contesto riusciremo a fare il capolavoro di presentare un’elaborazione e una proposta forti e condivise e, poi, tarare di fatto l’organizzazione su di un confronto tutto interno? Capace potenzialmente di determinare uno stallo e una politica di equilibri, pesi e contrappesi introflessa ed autoreferenziale? O, diversamente, capace potenzialmente di aprire a scontri aspri e feroci nei territori e nelle strutture? A me questo spaventa. Significa scordarsi del fatto che siamo prima di tutto un collettivo le cui energie, se rivolte verso l’esterno e frutto del lavoro comune, si moltiplicano e possono trasformare lo stato delle cose, ma, diversamente alla lunga si annullano e ci consegnano all’inutilità. Estremizzo, esagero se vogliamo, certo, ma vedo questa tendenza e mi preoccupa.

Per queste ragioni ritengo che la proposta a Segretario Generale di Maurizio Landini formulata dalla segreteria uscente debba essere sostenuta con forza dal congresso nazionale della settimana prossima e dall’Assemblea Generale che ne uscirà. Non vi sono tentazioni alla semplificazione con visioni salvifiche e leaderistiche, ma la considerazione dell’assoluta necessità di mettere l’organizzazione nelle condizioni di raccogliere la sfida del lavoro da fare. Sinesi e mediazioni tra diverse visioni non spaventano nessuno, sono il pane quotidiano in CGIL, possono e devono essere operate concretamente, ma questo non puó mai costituire un alibi, un lavoro che dreni risorse e prosciughi le energie collettive della nostra CGIL.

Sebastiano Grosselle

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